INTERSCALARITA’ NELLA PIANIFICAZIONE DI AREA VASTA E VALORIZZAZIONE DELL’AMBIENTE

La mente umana è abituata ad effettuare salti di scala in funzione dell’oggetto del pensare e delle caratterizzazioni del pensiero stesso. Tanto per usare un termine tipico dei programmi di grafica computerizzata, le operazioni di zoom in e zoom out che noi eseguiamo nei nostri ragionamenti sono frequentissimi e si compiono con la massima rapidità e semplicità. Quando invece ci sforziamo di trasferire all’esterno della nostra mente, un concetto, un’idea, un progetto abbiamo qualche difficoltà a rapportarci con l’interlocutore di turno perché non sempre i nostri salti di scala sono sincronizzati con i suoi e quindi capite bene come è difficile intendersi e come i concetti messi in campo o semplicemente in testa possono essere diversi. La forma della terra è sferica solo in una certa scala poiché in altre può variare dalla superficie curva a quella di un piano perfettamente orizzontale eppure noi riusciamo con estrema semplicità ad avere contestualmente la consapevolezza di poggiare i piedi su una superficie sferica che è anche perfettamente piana.

Tutti i fenomeni hanno una interpretazione differenziata in ragione della dimensione del campo di osservazione ed anche l’analisi e lo studio del territorio non sono fuori da questa logica. La verità è sempre una ma possiamo descriverla e viverla in modi diversi non per forzata e volontaria alterazione dei suoi valori ma solo per la duplicità o se vogliamo per la molteplicità dei suoi aspetti come un “ossimoro” che ha la capacità di affermare e negare contemporaneamente. Il detto “dipende dai punti di vista” non vuole solo affermare che ogni individuo nella sua autonomia soggettiva è capace di interpretare ed elaborare un concetto nella sua più tipica maniera diversa da quella di qualunque altra persona, ma afferma una innegabile ed oggettiva verità secondo la quale è proprio così che una linea può essere un punto, un cilindro un cerchio o un rettangolo e così via tanto per mantenerci nel campo della geometria. Il relativismo è una realtà, non c’è dubbio, che ci propone letture differenziate per le quali dobbiamo essere noi capaci di saper cogliere l’essenza del concetto.

La pianificazione in genere analizza lo stato di fatto del territorio, ne definisce la concretezza, individua i fattori di forza e quelli di debolezza e propone un riassetto in funzione abitativa, in rapporto all’evoluzione sociale e tecnologica. Se non si vogliono di proposito raccontare sciocchezze e si ha una sufficiente capacità di saper leggere il territorio, tutte le informazione che si potranno riportare già nell’analisi dello stato di fatto saranno rigorosamente vere ma condizionate da una relatività generica oltre che dalla modalità della rappresentazione e dalla scala.

La metodologia di analisi di un determinato fenomeno ha paradossalmente la stessa soggettività della rappresentazione del fenomeno stesso e quindi del metodo di porgere le informazioni, di raccontarne i contenuti e le finalità, di trasmettere le sensazioni che ne derivano. Non possiamo negare che il metodo di rappresentazione di un piano, quale strumento di pianificazione, sottende non solo il coinvolgimento ad una emotività catturabile attraverso i segni, i simboli, le forme ed i colori ma anche dalla scala individuata quale tavolo per organizzare e raccontare le sensazioni. Come un pittore che quando deve esprimere un valore artistico sceglie non solo la tecnica più adatta alla rappresentazione ma anche la dimensione della tela in funzione di quello che deve raccontare, così l’architetto, l’urbanista ed il progettista in genere sceglie il metodo più opportuno per esprimere i contenuti del suo pensiero.

Il progetto allora è simile ad un quadro, ad un libro e deve saper trasmettere ogni riflessione, ogni emozione, deve essere in grado di parlare un linguaggio universale.

E questo non solo nel progetto architettonico ma anche nel progetto di piano ove il racconto può abbracciare uno scenario più o meno ampio, ove il progettista deve poter svagare da una tavola ad un’altra, da una scala ad un’altra perché il racconto richiede considerevoli salti di scena, ove la natura stessa del racconto deve poter passare dal generale al particolare senza perdere di vista la trama, senza smarrire il filo conduttore che ci conduce al risultato finale. Ammesso che sia possibile definire il minimo ed il massimo per comprendere il minimo bisogna conoscere il massimo, passando tra tanti altri livelli intermedi che ci consentono di definire il quadro delle conoscenze e lo scopo della comunicazione.

D’accordo, non più scale di pertinenza predefinite, non solo nel piano di vasta scala ma anche nel progetto architettonico, come è vero che in un racconto ed in un quadro non possono sussistere ristrettezze stupidamente imposte che ne limitano non solo la forma ma anche il contenuto. Siamo convinti che le interconnessioni tra i diversi livelli di conoscenza che oggi vengono richiesti e l’utilizzo del computer come grande strumento di navigazione tra i diversi livelli ci consentono di essere finalmente liberi di poter organizzare il racconto del piano nel migliore dei modi. I giovani sono certamente più abituati, noi siamo ancora retaggio di una scuola classica che comunque sta recuperando nel ridefinire un più corretto rapporto anche di scala tra soggetto ed oggetto della rappresentazione.

Arch. Michele Graziadei

POTENZA, UNIVERSITÀ DI BASILICATA