MISURA – FUORI MISURA

NELLA COSTRUZIONE E NEL GOVERNO DELLA CITTÀ

Grazie all’associazione Basilicata 1799 per averci trascinato su tematiche affascinanti come questa ove a proposito di misura e fuori misura metteremo in gioco concetti filosofici, matematici e certamente architettonici per definire insieme un’ampia base di riflessioni ed approfondimenti. E sono convinto che non resteremo vaghi, perché oltre alle considerazioni più specificamente teoriche, riusciremo anche a fare una buona analisi della realtà che ci circonda con specifico riferimento ai temi della città e del territorio.

Anche io voglio cominciare con qualche considerazione sul termine misura sottolineando il suo duplice significato che già Platone aveva individuato proprio nel dividere l’arte della Misura in due parti, situando nella prima le arti “che misurano il numero, la lunghezza, l’altezza, la larghezza e la velocità in rapporto ai loro contrari” e nella seconda “le arti che misurano il giusto mezzo, al conveniente, all’opportuno, al doveroso e insomma a quelle determinazioni che stanno nel mezzo tra due estremi”. Nel significato numerico di misurazione, la misura è il rapporto tra una grandezza e l’unità che può essere intesa in due modi: “come unità convenzionale o apparente e come unità assolutamente indivisibile” (Aristotele).

Nel significato, invece, di ciò che è giusto, opportuno, il criterio o il canone di ciò che è vero o di ciò che è bene, lo stesso Platone vedeva nella giusta misura l’ordine e l’armonia delle cose e Aristotele faceva della “medietà” il canone della virtù etica e vedeva nell’uomo virtuoso il canone e la misura delle cose. Anche Protagora affermava il principio che l’uomo è la misura delle cose e da queste considerazioni si rileva che in questo senso la Misura è uno dei concetti fondamentali della cultura classica greca.

Sia il significato filosofico che quello matematico della misura hanno entrambi la prospettiva di un concetto dialettico nel senso che rimandano ad altrettanti concetti opposti e complementari: misura – fuori misura, misura – contromisura, misura come limitazione – ma anche illimitato e quindi incommensurabile.

La misura non coglie l’assoluto ma rispecchia un determinato punto di vista, esprime solo relativamente ed in parte un concetto legato ad un fenomeno. La possibilità di quantificare qualsivoglia realtà, grande conquista della scienza moderna, di fatto si configura come convenzione in quanto stabilisce delle regole e quindi inevitabilmente condiziona, ovvero limita, l’azione dell’uomo in ogni suo ambito.

Piccolo, grande, minimo, massimo, un po’ di più, un po’ di meno …… sìì…. Ma quanto!?

Occorre individuare la giusta misura, non solo per il quanto, ma anche per il quando, come giusta scelta temporale che può sostenere una ovvia opportunità. Ma il concetto del giusto, del bene, del condivisibile come si definisce? Quali regole lo determinano per essere esso stesso una regola o comunque un riferimento? Ed anche dal punto di vista quantitativo la definizione del rapporto con l’unità, a parte le valutazioni convenzionali che giustificano il riferimento all’unità stessa, la metodologia della misurazione è molto più importante della misurazione a riprova di una labilità insita nel concetto di misura contro ogni tentativo di oggettivazione e di affidabilità.

La relatività della misura è un riferimento importante su cui dobbiamo riflettere. Il misurare, per quanto riferito a metodiche consolidate, ci rimanda al confronto, alla catalogazione, all’etichettare, al far rientrare in schemi o canoni di riferimento; per ciò che non è, invece, ricollegabile ad una prassi, ad un protocollo il misurare significa anche analizzare, studiare, ricercare e quindi anche speculare con il giusto significato filosofico che è appunto la conoscenza della realtà. Ma noi allora a quale giusta misura ci riferiamo nell’affannoso tentativo di voler mantenere forte e saldo il senso etico del nostro misurare?

Debbo sforzarmi per contenere il mio intervento nella giusta misura sia come estensione temporale che come rispondenza al tema, ma con quale criterio potremo mai definire qual è questa giusta misura? Se escludiamo i limiti estremi, inferiore e superiore, – & e + & che per definizione sono grandezze indeterminate e quindi non trovano rispondenza nel reale, l’intervallo entro cui si può sviluppare l’interpretazione della giusta misura rimane comunque estremamente ampio e nello stesso tempo incredibilmente elastico, capace cioè di ridursi e di allargarsi in funzione di tanti parametri che nonostante il più grande impegno non riusciremmo a definirli tutti. La scuola degli Stoici, capeggiata da Zenone di Cizio, attraverso paradossi, (un esempio è quello del calvo, secondo cui un uomo può essere o meno calvo, appunto, per un capello in meno o in più) evidenzia, la difficoltà con cui si può descrivere la realtà nella giusta misura.

Ed allora, abbandoniamo sofismi e paradossi e riflettiamo su qual è la misura a cui dobbiamo riferirci, o se volete la giusta misura a cui ispirarci in tutte le cose che facciamo. La misura è sempre in rapporto all’unità, convenzionale o apparente o come unità assolutamente indivisibile (Aristotele). Ma il rapportarsi all’unità stabilisce delle proporzioni e se esistono le proporzioni ci sono, ovviamente, anche le sproporzioni. La sproporzione è la non giusta misura con riferimento all’unità fissa o relativa. Non è tanto importante definire grande o piccola una entità, quanto stabilirne la proporzione con un’altra entità e se l’entità di riferimento cambia si modifica anche la proporzione che paradossalmente può divenire sproporzione e quindi passare da giusta misura a cattiva misura. Il riferimento per eccellenza non può che essere l’uomo, lo affermava Protagora già nel V sec. a.c., e le giuste proporzioni sono state sempre ispirate da questa base di partenza: l’uomo con riferimento alla sua sfera percettiva, alla sua capacità di saper cogliere il particolare ed il generale con riferimento specifico alla sua natura fisica. I mezzi e gli strumenti che l’uomo utilizza in questi ultimi decenni hanno modificato sostanzialmente la sua capacità percettiva, gli consentono di passare dall’analisi alla sintesi con grande velocità, di saper cogliere il particolare contestualmente al generale. E’ l’interscalarità che quotidianamente utilizziamo che ha modificato notevolmente non solo le nostre abitudini ma anche il nostro bisogno cognitivo e percettivo. E’ cambiato il concetto di grande, di piccolo, di minimo e di massimo e siamo entrati in una relatività concettuale che, per evitare incomprensioni, ci obbliga, prima di avviare ogni sorta di ragionamento, a dichiarare la scala di riferimento.

Il concetto di misura è strettamente legato alla cultura di un popolo, e subisce i suoi stessi cambiamenti, adeguandosi in funzione delle evoluzioni tecnologiche ma anche in virtù delle variazioni dei costumi, delle relazioni umane e degli stessi sentimenti. Mi ami?… sìì ! ma quanto ?…. tanto, ….ma tanto quanto ?

Nel design e nella moda è evidente come le proporzioni e le misure siano in continua mutazione. Oggi vediamo ai piedi delle donne scarpe con un puntale così allungato che determina una evidente sproporzione se riferito alla graziosità del piede femminile nella cultura orientale. Anche l’architettura vive di questi fenomeni ed in generale il concetto di città si è andato modificando sostanzialmente. E se la città deve essere comunque a misura d’uomo dobbiamo intenderci a quale uomo vogliamo far riferimento dal momento che le trasformazioni sociali ed economiche se da un lato hanno indotto ad una serrata globalizzazione, da cui scaturisce una evidente unificazione comportamentale, dall’altro, come spontaneo bilanciarsi, si accrescono le differenziazioni non solo dei bisogni ma anche degli interessi e della reattività psicologica. Città grande o città piccola ………ma per quale cittadino? Città grande o città piccola ……..ma per quale territorio? Città…… o metropoli? Non credo che dobbiamo richiamare Zenone per definire, con un suo ipotetico paradosso proprio sulla misura, quando una città è metropoli ! La parola metropoli è giunta a significare sia un luogo fisico sia uno stato patologico che nel bene e nel male ha incarnato la vita moderna; Carl Schorske, riecheggiando Nietzsche, ha definito questo stato come “al di là del bene e del male”. Agorafobia e claustrofobia sono due patologie che creano entrambe ansia e malessere anche se derivanti da situazioni contrapposte. Camillo Sitte, architetto viennese, attaccò fortemente quello che per lui era il vuoto spaziale della nuova Ringstrasse per via della sua vastità apparentemente senza limiti. Molte persone provano una certa ansia o disagio ogni volta che devono attraversare un vasto spazio vuoto; è appunto l’agorafobia e Sitte, umoristicamente suggeriva che perfino le statue potrebbero soffrire di tale patologia. Alla paura degli spazi aperti e vuoti si aggiunge, al contrario, quella dei luoghi affollati e popolati. Quale sarà, allora, la giusta misura che ci garantisce di non attivare condizioni patologiche, ma che al contrario sia capace di innescare sensazioni di sereno benessere e piacevolezza di fruizione? La giusta misura degli spazi urbani non ha una dimensione fisica ma una qualità compositiva, ove il concetto di misura, proporzione, rapporto, generale, particolare, minimo e massimo riesce a trovare un unico momento di sintesi. …… Gli architetti, consentitemi, hanno questo compito, purtroppo non sempre sono chiamati a svolgerlo e poi, diciamola tutta, ci sono troppi ingegneri, troppi geometri, troppi laureati in architettura ma pochi architetti. E su questo dovremmo aprire un altro ampio capitolo ma lo rinviamo ad un altro incontro.

Lasciamo la speculazione filosofica, cerchiamo di affrontare il tema con una più squisita attinenza architettonica e cerchiamo di rapportare il termine di misura alla caratterizzazione delle nostre città, così come d’altronde il tema ci suggerisce. “Misura-fuori misura nella costruzione e nel governo della città” Ed allora, subito ci chiediamo qual è la città contemporanea, qual è la città in cui viviamo, quella costituita ovviamente non solo dal centro storico e dai quartieri più rappresentativi ma dai rioni, dalla periferia ove gli eventi urbani rappresentano il regno dell’indistinto e dell’indeterminato, ove, a dirla alla Purini, “deve intervenire l’immaginazione, sola dimensione in grado di polarizzare il multiforme nell’unico, di scoprire l’estetico nell’inestetico, di raggruppare la dispersione in una inaspettata, inedita e necessaria centralità”.

De Rubertis e Soletti, in un saggio intitolato “De Vulgari Architettura” si soffermano sulla condizione dei nostri spazi urbani conducendo un’analisi con molto rigore ma nello stesso tempo anche con qualche nota di fantasticheria; se in un primo momento lasciano intendere un atteggiamento generalmente disfattista, all’interno del quale con cinico ottimismo si cerca di recuperare il valore del non valore, il progetto del non progetto, la qualità del degrado stesso, successivamente riparano nell’architettura, come il filo d’Arianna e se meglio vi piace, per dirla alla Maldonado, come “la speranza progettuale” che ci fa tornare a credere nella cultura del progetto ed al ruolo dell’architetto.

Purtroppo le diagnosi, sempre più frequenti e sempre più confortate da sintomi evidenti di condizione patologica generalizzata, sia della città che delle periferie, appaiono ormai inconfutabili e legittime. La crisi globale, da cui è attanagliata la nostra cultura e quindi la nostra civiltà, nelle città appare drammaticamente evidente. E non potrebbe essere altrimenti, se è vero che le città rappresentano fisicamente le vicende e le sollecitazioni storicamente prevalenti.

Il rapporto tra spazio urbano e le sue implicazioni considerate non soltanto a livello semantico, ma anche a livello comportamentale, tende ad alterarsi nel tempo e tanto più inevitabile appare tale fenomeno quanto più si considera la diversa natura dei due termini. La forma della città e quindi lo spazio urbano, infatti, è più lento rispetto alla rapida e naturale evoluzione storica dei rapporti di forza che ne determinano la sua gestione. La rapidità del cambiamento urta contro la rigidità delle strutture e ne rivela la loro incapacità a recepire i valori urbani.

La città tipo, a cui inconsciamente facciamo riferimento, cioè la città radiocentrica degli scambi, registra esiti di una espansione abnorme con le penosissime conseguenze di una fortissima congestione del centro e la proliferazione di una periferia che vede sempre più accrescere la sua densità ed il progressivo degrado delle sue aree edificate. Queste non sono più adatte alle funzioni, risultano duramente provate dalla crescente mobilità, dal naturale decomporsi del suo tessuto urbano in ghetti segregativi, dall’impoverimento dei rapporti umani che genera alienazione sociale nonché dal disperdersi di ogni forma di identità culturale. Il dibattito che si è tenuto dal secondo dopoguerra ad oggi ha registrato il malessere vissuto dalle nostre città; di volta in volta il problema è stato visto come un problema di alloggio, poi d’architettura, poi di economia, poi di sociologia etcc. Oggi avvertiamo tutti la necessità di affrontare globalmente il problema, non si tratta di registrare, studiare e catalogare, ma di intervenire per trasformare una situazione.

E’ un problema di volontà politica espressa da una società la cui proiezione sul terreno è appunto la città.

Ridefinire un habitat non è semplice, ancor più difficile se trattasi di un habitat urbano. La ridefinizione di un habitat cozza contro una cultura cittadina ambigua, che non vuole mutare i suoi modi di vivere, che non vuole migliorare perché non ci crede, perché non ammette la causa o forse perché non gli conviene ammetterla.

Bisogna recuperare per la comunità, per la società tutta dello “spazio interno”, uno spazio che continuamente si crea, si rinnova e che continuamente è vissuto, lo spazio delle strade, delle piazze, nei vicoli e nei parchi, negli stadi e nei giardini, dovunque l’opera dell’uomo ha limitato dei “vuoti”. (Zevi “Saper vedere l’Architettura”) “…………l’architettura non è solo arte, non è solo immagine di vita storica o di vita vissuta da noi e da altri, è anche e soprattutto l’ambiente, la scena dove la nostra vita si svolge”.

Urbanistica ed architettura anche se con diverse caratterizzazioni disciplinari finiscono col divenire un unico strumento di trasformabilità della città. I limiti e la funzione dell’Architettura oggi sono così dilatati che si confondono con quelli dell’urbanistica.

Oggi si parla molto di progetto urbano per definire, sotto molti aspetti, un livello intermedio tra urbanistica ed architettura che non divide le due discipline ma che ne rafforza l’intesa e la complementarità.

Il discorso si fa sempre più affascinante e ci sarebbero ancora tante altre puntualizzazioni da fare ma in ogni modo mi fermo qui.

Per concludere consentitemi di tornare alla speranza progettuale cui fa riferimento Maldonado per condividere con lui che la speranza non può e non deve mai mancare non solo agli Architetti, con particolare riferimento al progetto, ovvero a quel processo logico costruttivo che consente di analizzare, sintetizzare, ipotizzare e definire la trasformazione, ma anche e soprattutto ai politici, ovvero a chi è chiamato ai vari livelli decisionali ad attuare la trasformazione. Le città hanno bisogno di molti interventi di recupero e riqualificazione urbana e gli stessi strumenti messi in campo in questi ultimi anni dalla Di.Co.Ter lo dimostrano; le periferie dovranno essere recuperate, i luoghi urbani irrisolti dovranno diventare spazi urbani significativi ma è necessario che la trasformazione sia governata da amministratori capaci, da sindaci illuminati capaci di seguire logiche moderne. La trasformazione ed il recupero urbano necessita anche e soprattutto di essere condiviso e accettato per potersi consolidare, per poter essere effettivamente vissuto così come è stato ipotizzato, per non creare emarginazione e caos.

Sarà questa, allora, la giusta misura del governo della città o c’è ancora tanto altro che non è semplice definire? Amministrare non è certamente semplice; occorre saper cogliere le priorità, individuare le esigenze, a volte interpretarle e mediarle rispetto ai veri bisogni. Tutti sembrano che hanno bisogno di tutto, ma questo non è assolutamente vero !

Molti chiedono ciò che non hanno ma spesso hanno bisogno di ciò che non chiedono, perché non ne hanno la consapevolezza o semplicemente non hanno una visione globale e complessiva. Il governo della città è il governo dei cittadini, sono i loro bisogni che determinano le scelte.

Concludo ricordando Platone che sosteneva che i “reggitori dello Stato” devono essere i filosofi perché solo i filosofi posseggono la saggezza che permette di governare realizzando la giustizia anche se, consentitemi di dire che coi tempi che corrono, dopo tutte le cose che abbiamo detto, ai saggi filosofi affianchiamo anche gli architetti.

Arch. Michele Graziadei

POTENZA, TEATRO FRANCESCO STABILE