… e la gente se ne va.

COME COMBATTERE LO SPOPOLAMENTO?

Chi vive in una regione come la nostra, che da diversi decenni demograficamente si riduce, ha una visione diretta e consapevole rispetto a altri che non toccano con mano e non registrano quotidianamente cosa significa perdere la propria “consistenza esistenziale”. Per noi lo spopolamento è una lenta agonia a cui non vogliamo e non possiamo rassegnarci anche se, purtroppo, prendiamo sempre più coscienza di non essere capaci di invertirne il processo. Le analisi condotte hanno sempre confermato l’esistenza di un fenomeno continuo che non ha mai registrato, almeno per noi, inversioni di tendenza. Un tempo l’emigrazione era caratterizzata dal capo famiglia che andava via in cerca di lavoro. Era solo lui che partiva, la famiglia rimaneva nel luogo di origine ed utilizzava le rimesse che puntualmente arrivavano. Emigrare era considerata una esigenza contingente e si viveva con il desiderio di ritornare quanto prima a casa. Si rientrava a fine ciclo lavorativo, a godersi la vecchiaia nell’abitazione costruita con i soldi messi da parte. A cosa è servito il sacrificio del capo famiglia che ha lavorato per far studiare i suoi figli e ora che lui è rientrato proprio i suoi figli che vanno via di casa in cerca di lavoro? I giovani lasciano il paese perché non offre più nulla, in termini occupazionali, di servizi e occasioni relazionali. La città, più vicina è il primo approdo e ci si accontenta anche se l’offerta è limitata. Basta qualche mese e l’esigenza di una occupazione ancor più decente si fa sentire e così si va verso aree economicamente più forti ed interconnesse. Questa volta lo si fa con disinvoltura, in breve tempo; da una regione all’altra, da uno stato all’altro, da un continente all’altro. Si cerca l’occasione della vita, il meglio, in una “categoria di valore” che non sempre esiste. I territori si spopolano e rimangono paesi dove il numero degli abitanti è a solo tre cifre.

La carenza occupazionale è determinante; se non c’è lavoro si va a cercarlo e, se si va via ….., oggi è difficile ritornare! Per quei pochi che restano i servizi diventano sempre più contenuti. Si inizia con “ottimizzarli” e si finisce con l’eliminarli, perché i servizi si attivano dove ci sono gli utenti. Eppure tante parti del mondo sono piene di utenti ma hanno i servizi, nemmeno quelli più indispensabili. Da noi si chiudono perché mancano gli utenti, perché troppi stanno andando via. Ora insieme ai giovani si trasferiscono anche i genitori; lasciano tutto e seguono i figli. Perdiamo così la possibilità di utilizzare interi nuclei urbani, strutturati, urbanizzati, dotati di molti vani abitabili ormai chiusi.

E’ un problema che riguarda non solo la nostra regione; questa è la “questione meridionale”, la solita questione meridionale. Da architetto leggo lo spopolamento come una grande sconfitta nella gestione del territorio, nella incapacità di utilizzo delle risorse e distribuzione dei beni e servizi rapportati alla necessità degli utenti. Ritengo non sia solo il frutto di una mancata programmazione e conseguente pianificazione del territorio, nelle sue declinazioni più conosciute, locale, regionale e nazionale. È il risultato di non essere stati capaci di prevedere il fenomeno e porre rimedio.

Sì, è vero, il governo del territorio spetta alla politica ma non voglio salvare nessuno dalla responsabilità di ritrovarci in questa triste situazione. Non voglio risparmiare i tecnici, gli economisti, i sociologi, gli architetti e gli stessi cittadini che, direttamente o indirettamente, hanno consentito queste scelte. Ogni comune è andato avanti con la logica del campanile, dell’individualismo urbano credendo di poter diventare il riferimento del territorio. Ci siamo così riempiti di inutili repliche sia di attrezzature che di servizi. È mancata la visione di gestire un’area ampia, un territorio dove non ci fossero, 20 diverse politiche per ogni centro storico ma la visione di un unico sistema di centri storici, non 20 programmi di edilizia abitativa bensì una comune politica residenziale, non 20 aree PIP, non 20 palestre e nemmeno 20 diverse amministrazioni comunali. Il territorio avrebbe avuto bisogno di meglio interconnettersi, abbattendo i campanili e costruendo una solida rete di collegamenti non solo fisici. Un’unica offerta culturale, un’unica offerta turistica, coordinata e non concorrenziale, un’unica gestione delle opere pubbliche, non infinite aziende di trasporto pubblico ma una sola a servizio di tutto il territorio, e così via. In fondo lo vediamo, anche se con ritardo di almeno 50 anni, oggi stiamo tendendo a questo. Potevamo attivarci prima ! Non avremmo evitato lo spopolamento ma avremmo potuto limitarne gli effetti e prepararci ad un logico ricambio. I nostri giovani avrebbero comunque scelto di andar via, di sperimentare altre mete, in qualunque altra parte del mondo, ma il nostro sistema territoriale, più aperto ed organizzato, avrebbe potuto, già da tempo offrire approdo a tanti altri giovani e meno giovani. E’ la logica di chi va e di chi arriva. Emigrazione e immigrazione sono fenomeni che in un sistema sano dovrebbero bilanciarsi e quindi allo spopolamento da una parte avremmo potuto assistere al ripopolamento dall’altra. Immigrazione dunque che non può non dialogare con accoglienza, intesa sia come meritevole azione di carità cristiana che come spirito umanitario. Accogliere significa ripopolare, crescere, tornare a far vivere il territorio. Semplice a dirsi, ma difficile a farsi ma non abbiamo altra scelta.

Non si affronta il tema specifico dello spopolamento tanto meno si propongono azioni per un graduale e controllato processo di reinsediamento per utilizzare gli spazi e le abitazioni vuote. Non è facile far parlare l’Europa sui temi dell’immigrazione. I vari stati hanno approcci diversi pur nella consapevolezza che l’Europa invecchia e finirà presto per essere, comunque, invasa da chi cerca lavoro e migliori condizioni di vita, proprio come abbiamo fatto noi, popoli europei, verso le Americhe e l’Australia.

Non basta la semplice accoglienza, va governato un graduale inserimento per tutti gli immigrati che continuano a sbarcare sulle nostre coste. Va definito con loro un progetto di inserimento sociale, economico e lavorativo.

Da noi non c’è lavoro ma sappiamo anche che non si trova nessuno disposto a lavorare in molti settori: agricolo, forestale, collaboratori domestici, assistenza domiciliare ma anche nella stessa edilizia e nell’artigianato di servizio finanche nella piccola media industria. Se si rilanciano questi settori, ci sarà impulso anche negli altri e potremmo convincere i nostri giovani a non andar via, a rimanere e investire sul territorio. Ovviamente va coniugata domanda e offerta e abbinata a una opportuna politica di integrazione e di formazione. In questo modo anche il nostro patrimonio edilizio si scoprirà rigenerato. Sarebbe una bella immagine rivedere i nostri paesi tornare a vivere. Oggi le nostre culle sono vuote e i nostri spazi sempre più deserti. Ancora cerchiamo finanziamenti e spendiamo risorse per rigenerare ambiti urbani con interventi di architettura e servizi collegati. Ma l’abbiamo capito o no che la presenza dei fruitori è fondamentale! L’architettura e l’urbanistica sicuramente possono contribuire a restituire dignità a ciascun ambito urbano ma non è solo questione di nuovi edifici, nuovi servizi e nuovi spazi. Ogni sforzo è vano se viene esclusa la presenza dei cittadini che sono non solo i reali fruitori di aree e servizi ma gli indispensabili animatori della scena. Oggi abbiamo bisogno del ripopolamento per combattere lo spopolamento. Questa è la tipologia di rigenerazione che dobbiamo perseguire e la politica deve prendere atto e sostenerne i processi.

Va fatto un grande sforzo da parte di tutti per incentivare e sostenere l’integrazione per far convivere abitudini e tradizioni diverse all’interno di un’unica compagine sociale. Ci vorrà del tempo e non mancheranno le tante criticità che ora non riusciamo nemmeno ad immaginare. Nella diversità di culture e tradizioni sarà il territorio a rappresentare l’anello di coesione e il palcoscenico del nuovo quotidiano confronto. Pian piano si andrà costruendo una nuova identità sociale, economica, politica e chissà, lo speriamo, anche culturale nella quale potremmo immaginare il ritorno a casa di quelli che sono andati via. Sono ottimista, non voglio pensare ad altro anche perché … in alternativa cosa abbiamo? Nel giro di qualche lustro anche i vecchi non ci saranno. Resteranno solo i campanili senza campane di tanti paesi fantasmi che la natura cercherà lentamente di ringlobare a sé. I nostri nipoti, i nostri discendenti, ormai sistemati in chissà quale parte del mondo, non ricorderanno più nemmeno il nome di quel paese che non lo ha saputo trattenere.

Arch. Michele Graziadei

PUBBLICATO: LA NUOVA DEL SUD