LA STORIA CI APPARTIENE ANCHE SE NON LA CONDIVIDIAMO
Informare quanto più possibile di tale evento, fu pubblicata da quotidiani nazionali e locali, quali Il Giornale D’Italia, Il Mattino, Il Lucano, lo Staffile. Nei termini fissati dal bando furono presentati sette progetti. La giuria rimase entusiasta del progetto denominato “Ophelia”, soprattutto per gli elementi fortemente innovativi che lo caratterizzava rispetto agli altri complessi manicomiali allora esistenti in Italia. Gli autori erano l’ingegnere Giuseppe Quaroni e l’architetto Marcello Piacentini di Roma. Ophelia, tanto per ricordarlo, è il personaggio di Amleto che, nella tragedia di Shakespeare, diventa pazza e poi si annega. I lavori iniziarono nel 1907. L’area dell’attuale Covo degli Arditi rappresentava l’ingresso all’intero complesso con l’accesso alla sovrastante palazzina dell’Amministrazione nonché alla galleria, ancora ben visibile, dei servizi. Nel corso degli anni, tra due guerre e varie situazioni che ha attraversato il nostro paese, gli scenari sono cambiati. Rimangono ancora diverse palazzine, una volta padiglioni per gli ammalati, oggi ben utilizzate perché trasformate in residenze mentre risalta il Covo degli Arditi, completamente abbandonato ad un vergognoso degrado e che sarebbe ora di recuperarlo. Il suo nome sta a ricordare che, negli anni del ventennio, era ritrovo di giovani fascisti aventi idee inneggianti al duce.
Quanta storia c’è in queste pietre e quanto siamo ipocriti se pensiamo di dimenticare ciò che comunque ci è appartenuto, peggio ancora se, mettiamo la testa sotto la sabbia e lasciamo “all’oscuro” quel passato credendo di cancellarne il ricordo. Il rione Santa Maria è stato tra i più popolosi della città, e tra quelle palazzine e nello spiazzo del Covo siamo cresciuti in tanti. Non possiamo “lasciare al buio i nostri ricordi”.
Arch. Michele Graziadei
PUBBLICATO: LA NUOVA DEL SUD