La Città per i Bambini

Se contribuire a migliorare le nostre città, renderle più belle e più vivibili per tutti è obiettivo dell’attività degli architetti, loro stessi assumono un preciso impegno civile e responsabile nel favorire lo sviluppo di azioni mirate di sensibilizzazione che coinvolgano i Cittadini e le Amministrazioni locali.

In questa linea si inserisce l’iniziativa “La Città dei bambini”, a favore di una maggiore attenzione alle esigenze dell’infanzia nell’ambito dello sviluppo della città.

Gli architetti, ritengono che questa iniziativa rappresenti una concreta via di approfondimento dei temi del recupero urbano e un’opportunità per sollecitare l’attenzione dell’opinione pubblica verso la qualità dell’ambiente nel suo complesso.

Pensare una città più a misura di bambino significa, in definitiva, progettare una città migliore per tutti, ove sia dedicato spazio non solo alle attività lavorative e funzionali al mondo dello sviluppo economico, ma anche alle necessità di scambio emotivo con gli altri individui.

Il ritmo del vivere contemporaneo riduce gli spazi della città a luoghi di passaggio; gli spazi diventano così, sfondo non fruito di spostamenti sempre più veloci, con perdita di significato e d’importanza dei luoghi d’incontro.

La conseguenza non è solo la minore attenzione dedicata allo spazio pubblico, e quindi il degrado urbano che ne deriva, ma anche la perdita di una delle componenti della qualità della vita urbana, rappresentata dalla possibilità del confronto e della crescita collettiva.

Anche le funzioni ricreative e di svago vengono sempre più assorbite da quelle emozionali, localizzati in spazi interni riservati, riducendo la possibilità di integrazione sociale.

Solo i luoghi del consumo mantengono la loro forza d’attrazione collettiva, ma le categorie più deboli, tra cui i bambini e gli anziani, rischiano di non avere più luoghi in cui riconoscersi ed in cui esprimere i propri valori.

Creare “sviluppo sostenibile” per le città significa ripristinare o creare le condizioni per cui le città possano essere, compatibilmente con le necessità dello sviluppo, più vivibili, più sane, più piacevoli, più belle, più umane.

L’obiettivo di un’effettiva vivibilità della città è intimamente collegato, non solo e non tanto con la necessità di qualificazione degli spazi pubblici, bensì all’urgenza di superare la negativa condizione di segregazione patita dai bambini nella città contemporanea.

Riteniamo, pertanto, significative rispetto agli obiettivi di questa iniziativa la progettazione partecipata e l’istituto del concorso di architettura.

Se infatti l’obiettivo della qualità urbana impone la ricerca del maggiore coinvolgimento possibile, pare opportuno promuovere iniziative di “architettura partecipata” con la presenza attiva dei bambini. Questo non significa, per i progettisti, rinunciare a esprimere la propria professionalità, ma rendersi disponibili ad ascoltare di più, a interpretare e a risolvere meglio le esigenze di tutti.

La concezione del progetto di qualità, presuppone la conoscenza dei bisogni, dei desideri e l’interpretazione di elementi che vanno al di là dei fattori quantitativi considerati nell’ambito della semplice edilizia. L’interpretazione presuppone sensibilità e conoscenza non solo dei luoghi, ma anche delle persone. L’ascolto delle esigenze reali è fondamentale perché vi sia rispondenza del progetto alle attese.

I bambini sono cittadini reali, così come gli anziani e le categorie sociali più deboli, che a volte non sono in grado di far emergere le proprie richieste. Questo silenzio non elimina le loro attese, ovvero il loro desiderio di vivere meglio la città, e, in definitiva, non giustifica il disinteresse da parte di chi ha la responsabilità di produrre i cambiamenti.

Questa è stata una iniziativa coraggiosa, che manifesta fortemente la volontà di accettare le critiche e di esporsi sotto tutti i punti di vista. Essa va vista come un costruttivo modo di integrare ed allargare il dibattito sui temi della città, del territorio e dell’ambiente.

Gli architetti, con la loro sensibilità professionale che li vede vicini ai temi dell’ambiente e del paesaggio, hanno lanciato una grande sfida sulla qualità del progetto e sulla riqualificazione del costruito, ed individuano questo passaggio partecipativo quale momento importante e fondamentale per definire i livelli di miglioramento urbano.

Il bambino è un cittadino e, proprio perché è piccolo, ha esigenze specifiche a cui è necessario dar voce con la mediazione di adulti competenti. Non si vuole far decidere i bambini su questioni più grandi di loro, bensì si vogliono creare quelle condizioni in cui essi possano poter proporre soluzioni rispetto a ciò che li riguarda direttamente.

Ma non solo i bambini …… ! La cultura della città va costruita attraverso un percorso che deve impegnare tutti a misurarci con le piazze, con i monumenti, il verde, il traffico, i rifiuti, la scuola, l’ufficio etc,; e anche un Piano Regolatore non deve rimanere estraneo alla formazione del cittadino e quindi vogliamo costruire tali condizioni cominciando dai più piccoli per coinvolgere sempre più anche i grandi. L’attenzione che la città pone alle problematiche che riguardano le categorie più deboli, bambini compresi, provoca immediatamente una innegabile crescita degli adulti che diventano osservatori attenti ai bisogni e disponibili al confronto sulle azioni da intraprendere.

La famiglia, la casa, poi gli amici ed il quartiere, per noi il più familiare “rione”,che rappresenta per il bambino il primo vero impatto con il mondo esterno, extra-familiare, ….. poi la scuola e quindi…… la città.

La città è l’intorno più allargato, ove ci ritroviamo con gli altri a vivere la quotidianità condividendone spazi, superfici, funzioni. La città è il campo di gioco ove il cittadino si muove insieme ad altri cittadini, vive, produce si diverte, gioisce e soffre.

Tutte le fasi della nostra vita hanno uno scenario urbano che gioco forza ci diventa familiare. Il riconoscimento dei luoghi è sinonimo di sicurezza, di serenità, significa avere protezione, sostegno, sapersi orientare, poter fare affidamento. E’ una condizione psicologica che la casa come la propria città riesce ad offrire solo se ne avvertiamo l’appartenenza; …….la propria casa,…….. la propria città. Chi si riconosce nella propria famiglia e non nel gruppo in cui quotidianamente opera è come colui che si riconosce nella propria casa ma non nella propria città. C’è un livello limitativo di appartenenza che non ci consente poter fare affidamenti più ampi, che non ci da quella marcia in più per definire un intorno più articolato e complesso..

Ma qual è la nostra città, la città nella quale ci riconosciamo ?

E’ una realtà fisica concreta o una condizione metafisica?

Esiste veramente o ce la siamo costruita con la nostra fantasia, partendo pure dalla città in cui viviamo, attraverso una utopica sostituzione di tutte le cose che non gradiamo?

Usiamo spesso espressioni come “La mamma è sempre la mamma!”, “Di mamma c’è né una sola!”, “Casa, dolce casa!”

…………. lo stesso però non lo diciamo per la città !

Questo è un atteggiamento giusto o lo dobbiamo invertire? ed in che modo?

Qualcuno sostiene che è tutta colpa proprio della città, se non ci riconosciamo come suoi cittadini; è colpa delle sue caratterizzazioni fisiche, delle sue disfunzioni; è colpa dei suoi amministratori, nonché di tutti gli altri soggetti che l’hanno così definita nel corso della storia. Molto spesso però non conosciamo la sua storia, non sappiamo nello specifico come realmente sono andate proprio quelle cose che tanto detestiamo. La mancanza di conoscenza di tutte le vicende antiche e recenti della nostra città ci inibiscono a creare quel senso di familiarità di cui abbiamo bisogno e si definisce una sorta di distanza che non si colma in nessun altro modo. Non possiamo affezionarci ad una persona se non conosciamo la sua storia; e più conosciamo anche le sue paure, i suoi bisogni i suoi difetti e le sue debolezze più questa persona ci appartiene.

Per amare la città la dobbiamo conoscere ! ……proprio come ci capita di amare un amico o un familiare.

Dobbiamo anche credere che il senso di appartenenza è una condizione irrinunciabile, che non può essere limitato da riserve e condizioni particolari. Esso non può essere offuscato da alcun senso di vergogna se non come manifestazione di debolezza, di sfiducia e di pessimismo che certamente non può caratterizzare uno spirito propenso al dialogo, al confronto ed alla vita di relazione.

Siamo abituati a criticare la città, ed è certamente un bene se fatto con un spirito costruttivo, ma quante volte sentiamo solo disprezzo senza cogliere un minimo di attenzione?

La città che ci ritroviamo è certamente quella che ci meritiamo ! sia come amministratori, che come architetti e come cittadini.

Cosa abbiamo fatto, infatti, per cambiarla ? Niente, poco, molto,…….. comunque se è così ….. dovevamo, evidentemente, fare di più !

Sulla città gli architetti vogliono e devono essere molto critici, senza però perdere di vista quell’ottimismo culturale che è rappresentato dalla speranza progettuale, l’unica strada per riappropriarsi della qualità urbana.

Togliamoci gli occhiali della intolleranza, della sfiducia e della tristezza e cominciamo a guardare il nostro intorno con più ottimismo, come i bambini ci insegnano; certo non dobbiamo rinunciare a quella giusta carica “da criticoni” ma dobbiamo avere anche più fiducia verso il futuro per non perdere l’entusiasmo di operare nell’interesse dei nostri figli .

Così diventa interessante la città, così possiamo affrontare i temi urbani, convinti che il confronto e le proposte che emergeranno potranno servire veramente a definire un scenario più umano, più vicino ai cittadini, compreso i bambini e che fortemente ci appartiene.

Arch. Michele Graziadei

APPENDICE DI RINGRAZIAMENTO

Gli architetti hanno dato quanto di meglio avevano ma vi assicuro che hanno ricevuto tantissimo, in tutti i sensi, sia sul piano dell’arricchimento culturale e professionale che su quello umano ed affettivo. E’ stata una grande manifestazione di amore verso l’architettura, verso la città e verso i cittadini con particolare attenzione ai bambini.

Concludo ringraziando quanti hanno contribuito, con la loro partecipazione al buon esito dell’iniziativa. Grazie a tutti gli alunni per l’entusiasmo e la capacità compositiva e comunicativa. I disegni sono tutti bellissimi ed estremamente interessanti, emergono molti spunti da tenere in seria considerazione. Non abbiamo voluto fare alcuna graduatoria, sarebbe stata impossibile ed è per questo che a tutti abbiamo assegnato un riconoscimento già consegnato a ciascuno nella propria scuola. Grazie agli insegnanti per la disponibilità manifestata. Hanno avuto anche loro un bel da fare ed in fondo i risultati dei ragazzi è merito loro. Grazie ai dirigenti scolastici che hanno saputo subito cogliere lo spirito dell’iniziativa condividendone il metodo e gli obiettivi.

Ai miei colleghi architetti un caloroso ringraziamento per la pazienza che hanno avuto anche a sopportarmi. Questa esperienza ci ha insegnato molte cose. Sono stati tutti amabilissimi e spesso, dietro a caratteri duri e scontrosi, ho scoperto una profonda dolcezza d’animo ed una gran voglia di comunicazione. Oltre 70 architetti sono stati impegnati nelle scuole, qualcuno anche in doppio o triplo turno, come presidente di questo Ordine non posso che essere orgoglioso per la tanta disponibilità manifestata a questo appello.

Sono state coinvolte anche alcune scuole superiori che hanno prodotto interessanti elaborati che ci riserviamo di esporre in un’altra sezione. Tutti insieme sarebbero stati troppo ed è per questo che ci siamo fermati ai 1400 delle sole scuole elementari e medie.

Consentitemi di ringraziare il sindaco per la particolare sensibilità manifestata nell’incoraggiare questa iniziativa. Egli ha il senso di appartenenza, è certamente uno che ama la città, con tutte le cose belle e quelle brutte, non si illude ma nello stesso

Arch. Michele Graziadei

POTENZA, CENTRO SOCIALE MALVACCARO