E’ POSSIBILE DIFENDERSI DAI TERREMOTI

CENTRI STORICI E RISCHIO SISMICO

Siamo in un territorio altamente sismico. Questi eventi si verificano ripetutamente anche a breve distanza di tempo e ciononostante dimentichiamo spesso, troppo spesso, le buone regole non solo del costruire ma anche di come comportarci in caso di evento sismico. E così, dopo ogni situazione di disgrazia, bastano pochi mesi per immaginare e credere che tutto sia passato, che tutto sia tornato normale e rimaniamo a cullarci fino al verificarsi di un nuovo evento. Naturalmente questo riguarda anche altre situazioni non legate ai terremoti, situazioni di cui il nostro territorio è particolarmente vulnerabile e ogni tanto Madre Natura ce lo ricorda. Noi dimentichiamo che dobbiamo avere i piani di emergenza sismica e la pianificazione urbanistica deve contemplare i rischi a cui andiamo incontro.

Dopo ogni terremoto che provoca crolli e vittime ci affanniamo per trovare i colpevoli del disastro tra tecnici, amministratori e leggi non rispondenti; dimentichiamo che il nostro paese con tutto il suo patrimonio edilizio, specie quello storico, non è in grado di sopportare eventi anche di media intensità. Si, specie i centri storici, la parte più bella, quella di maggior valore, quella che custodisce la nostra storia, la nostra memoria, la nostra iù vulnerabile. Il livello medio di

È pertanto facile previsione che, in caso di un sisma di media intensità, un certo numero di edifici subisca gravi danni o crolli, con il conseguente numero di vittime. È altrettanto necessario che la presenza di un rischio sismico diffuso diventi un elemento di consapevolezza comune e non una sorpresa in caso di terremoto. D’altronde non è pensabile che si possano chiudere i nostri centri storici perché sono a rischio sismico o che si possa intraprendere una attività di adeguamento di tutti gli edifici. La ricerca dei colpevoli appare pertanto più come un’esigenza demagogica che razionale.

E allora per i danni al patrimonio edilizio esistente e più in particolare i Centri storici.

E’ possibile difenderci e, se no, di chi è la colpa? Dei nostri antenati perché hanno costruito case pericolose? È nostra perché non siamo intervenuti rinforzandole adeguatamente? Con quali fondi? E’ colpa degli amministratori e dei politici che non hanno obbligato i cittadini a farlo a spese loro? Il populismo è facile. Ma chi è disposto ed è in grado di spendere cifre paragonabili al costo di costruzione ex-novo per mettere in sicurezza la propria casa? Chi voterebbe amministratori disposti a spendere tutto il bilancio per assicurare la cittadinanza contro un rischio ritenuto eventuale rispetto alle esigenze quotidiane? Quale cittadino vorrebbe essere obbligato a mettere le sue proprietà in sicurezza con costi notevoli o essere obbligati a fare verifiche sismiche che potrebbero portare a definire i propri edifici come pericolosi? Meglio sperare nella buona sorte e che il sisma colpisca altrove.

Delle norme di sicurezza? Dopo il crollo della scuola san Giuliano (2003) è stata emessa un’ordinanza che obbligava i proprietari e gli amministratori di edifici pubblici, di effettuare verifiche sulla sicurezza sismica. Dopo 13 anni sono pochi gli edifici verificati. In ogni caso nessuna legge ha mai impostagli edifici con sicurezza inferiore ad una certa soglia di essere obbligatoriamente adeguati per poter essere utilizzati. Ma c’è di più, non è stato mai definito il livello minimo di sicurezza per l’utilizzazione di un edificio. A parte i costi ingenti per la messa in sicurezza globale, è necessario ricordare che, nella maggior parte dei vecchi edifici esistenti in muratura, è molto difficile, se non impossibile, quantificare con un numero il livello della sicurezza come si fa per gli edifici nuovi. Ciò può sembrare incomprensibile nell’epoca dei computer e, di fatto, non è facile spiegarlo in poche parole.

Da un punto di vista meramente strutturale, la sicurezza è un rapporto tra la resistenza di un edificio e le azioni che lo possono sollecitare. Tale rapporto deve essere maggiore di uno: la resistenza, con gli adeguati coefficienti di sicurezza, deve essere maggiore delle azioni sollecitanti. Questo metodo di valutazione nasce all’inizio dell’Ottocento con le prime strutture moderne in acciaio e in cemento armato e funziona alquanto bene per tali edifici, realizzati con procedimenti controllabili e industrializzati, ma non è utilizzabile per la maggior parte dei manufatti artigianali e delle murature storiche, sia per le difficoltà di quantificare il comportamento di questi oggetti artigianali, sia per la presenza di elementi oggettivamente non definibili con numeri. I vecchi edifici in muratura, infatti, non crollano, in genere, per deficienze globali (a parte quelli realizzati con murature decisamente inconsistenti) ma per carenze locali non quantificabili (travi con appoggi insufficienti, tetti spingenti, resistenze per attrito, canne fumarie, muri male ammorsati, comignoli pericolanti, cornicioni degradati e degrado generale per mancata manutenzione) che non vengono considerate nei calcoli strutturali. Tali criticità possono essere individuate solo mediante attente ed esperte ispezioni all’interno degli edifici. Definire la sicurezza di edifici con simili caratteristiche con un solo numero è pertanto velleitario, impreciso e rischioso.

Dal 2008, le norme per gli edifici storici tutelati richiedono, per la definizione della sicurezza strutturale, la redazione di una relazione nella quale i calcoli costituiscono solo l’ausilio quantitativo approssimato di una valutazione più ampia di tipo qualitativo. Nella definizione della sicurezza di un edificio nuovo concorrono invece, due elementi fondamentali:

– le prescrizioni di come devono essere realizzati tutti i particolari costruttivi con le specifiche sulla qualità dei materiali;

– i calcoli della struttura nel suo complesso che controllano la stabilità globale di un insieme di elementi tecnicamente affidabili.

Negli edifici esistenti, invece, ammesso e non concesso che i calcoli e i programmi di calcolo di uso corrente siano in grado di dare risultati sufficientemente approssimati sulla risposta sismica dei manufatti artigianali in muratura e legname, non è comunque possibile una verifica delle soluzioni tecniche usate per i singoli elementi costruttivi con un confronto con eventuali soluzioni certificate. Non è possibile per l’eterogeneità delle situazioni esistenti e per l’infinita casistica dei fenomeni di degrado e dissesto. Solo una valutazione di tipo personale, empirica e basata sull’esperienza, potrà dare una valutazione qualitativa dell’efficacia dei particolari costruttivi che comunque non sono corrispondenti a nessuna norma.

Complessivamente, pertanto, la sicurezza di un vecchio edificio non è definibile con un solo numero, ma è il risultato di una valutazione necessariamente più complessa, che coinvolge l’esperienza di chi la valuta.

Il concetto di sicurezza come numero cade, pertanto, del tutto in difetto

Da un punto di vista culturale dopo duecento anni dall’inenzione della Scienza delle Costruzioni, è una rivoluzione difficile da accettare e da tradurre in norme,che coinvolge anche la definizione delle responsabilità

Con tutte queste queste difficoltà operative, appare chiaro come le recenti polemiche sulla necessità di adeguare gli edifici, invece che migliorarli, appaiono demagogiche e prive di un adeguato fondamento tecnico.

In ogni caso, anche se è oggettivamente difficile definire criteri di sicurezza e obblighi di intervento, è necessario definire procedure che portino ad un miglioramento diffuso della sicurezza.

Senza sperare in interventi miracolosi, in una situazione così complessa, si dovrebbe iniziare con la verifica di tutti gli edifici (iniziando da quelli pubblici così come avviati con l’Ordinanza 3274 ? del 2003, ma non solo) e per ogni edificio dovrebbero essere indicate le maggiori criticità e illustrati i rischi esistenti, in un modo che potrebbe essere simile a quanto imposto per gli impianti tecnici, per i quali esiste per ogni edificio un fascicolo che ne descrive le caratteristiche. Certamente ciò avrebbe un costo, anche per i privati, ed è visto con diffidenza dai proprietari sia pubblici che privati.

Stiamo parlando del Fascicolo del fabbricato.

Successivamente si dovrebbero incentivare opere di miglioramento per affrontare i maggiori rischi evidenziati nelle relazioni, cercando, negli anni, di eliminare le maggiori criticità con interventi economicamente sostenibili e aumentando i livelli della sicurezza. In molti casi, semplici interventi di incatenamento o di connessione tra gli elementi lignei dei tetti e dei solai possono portare a miglioramenti consistenti.

Molto meglio effettuare tanti interventi puntuali, che eliminino le maggiori problematiche di molti edifici, che costosi interventi di presunto adeguamento su pochi edifici.

Per gli edifici di interesse storico, spesso abbiamo condizioni di sicurezza strutturale non definibile numericamente ma di fatto garantita da sistemi costruttivi efficaci e da una elevata maestria nella realizzazione, ma, purtroppo non è sempre così. Dobbiamo prendere atto, e dovranno farlo anche le Soprintendenze, che ci sono edifici storici realizzati con murature estremamente scadenti che dovranno essere sottoposti a interventi invasivi a volte non compatibili con le normali regole del restauro.

Saranno decisioni difficili, che imporranno scelte di merito sul valore storico e architettonico dei vecchi edifici, che la cultura del restauro oggi rifiuta. La conservazione totale è una pericolosa chimera, dobbiamo pervenire a necessari compromessi.

In queste condizioni non aiuta, per tali difficili scelte, il fatto che molte Soprintendenze (in particolare quelle che hanno subito danni da sisma o che sono sottoposte a un elevato rischio sismico) siano dirette da persone non adeguatamente preparate nelle questioni tecniche della sicurezza degli edifici ma esperte solo sugli aspetti umanistici della cultura. Tali situazioni non possono che essere fonte di ritardi e incomprensioni.

Il Ministero dei Beni Culturali è ancora carente di competenze tecniche in grado di affrontare le problematiche sismiche degli edifici tutelati ed il ricorso alle competenze del Ministero delle Infrastrutture non sempre è risultato positivo. Si corre il rischio di passare da una competenza esclusivamente storica e umanistica a una eccessivamente tecnica e strutturale, e questo, forse, potrebbe essere ancora peggio. Ne consegue che va fortemente rivalutata la figura dell’architetto, per la sua capacità di essere uno storico e tecnico e di saper coniugare l’aspetto umanistico e culturale con le valutazioni del calcolo strutturale e le adeguate tecnologie d’intervento.

Per gli edifici non tutelati gli interventi sono più facili, anche se norme di salvaguardia paesaggistica e norme locali sono spesso di impedimento a interventi risolutivi. Le Norme Tecniche del 2008 prevedono per gli edifici esistenti in muratura interventi specifici sulle criticità locali, mettendo in guardia sulle facili quantificazioni virtuali globali che qualcuno si ostina a sostenere e ricercare. Le nuove norme confermano tale indirizzo oscillando tra la ricerca di una confortante quantificazione e il riconoscimento dell’esistenza diffusa di criticità non quantificabili e quindi sulla necessità di mirare ai miglioramenti puntuali, economicamente sostenibili anche su un alto numero di edifici, piuttosto che a chimerici adeguamenti.

Concludo ribadendo che dobbiamo stare in guardia ed avere sempre e comunque la consapevolezza che i rischi di un territorio come il nostro, ricco di storia e di edifici storici, non potranno mai essere azzerati, anche se la salvezza delle persone dovrà sempre essere affrontata in modo più deciso, ricercando tutte le metodologie, ma anche prevedendo buoni piani di protezione sia nella pianificazione urbanistica che nella fase dell’emergenza.

Arch. Michele Graziadei

MELFI, PALAZZO DI CITTÀ