In questa generale confusione in cui vive la politica italiana sempre alla ricerca di un riformato riformismo capace di sostituire ogni cosa, non solo del passato, anche di ieri e forse di oggi, le professioni hanno perduto ogni identità ed è difficile capire a quale gradino della scala sociale, produttiva economica e culturale si siano ormai attestate.Troppo facile dare la colpa a questo o a quello come se noi professionisti fossimo dei miseri burattini alla mercé di governanti ed amministratori incompetenti e senza scrupoli. Quando vogliamo sfogarci diciamo pure che siamo in balia di teste calde e che, nonostante gli sforzi che abbiamo profuso, non siamo stati ascoltati. Il problema è diverso e lo sappiamo. Nonostante il nostro dimenarci sventolando bandiere di sgargianti colori per farci notare, nonostante tutte le cose belle che ci siamo raccontati in questi ultimi anni relativamente al numero che siamo diventati, al ruolo che comunque ricopriamo, alla forza intellettuale che esprimiamo, nessuno ci considera e non riusciamo ad essere visibili. E’ vero che ognuno ha il governo che si merita, gli amministratori che ha scelto e la società di cui noi stessi ne facciamo parte …… e allora ? Questo vale sia per la politica in generale che per la politica professionale nella quale dovremmo avere sicuramente più attenzione e invece ………..?
In qualità di rappresentanti degli organismi provinciali possiamo e dobbiamo fare la nostra parte. Siamo quelli che vivono nella trincea a diretto contatto con gli iscritti siamo, quelli che non solo raccogliamo i problemi e le lamentele ma viviamo insieme a loro le sconfitte e le delusioni che la professione ogni giorno ci riserva. Che fare ……? Di sicuro non abbatterci, di sicuro stare insieme, fare squadra per meglio individuare le problematiche per far fronte comune ai vari livelli, ove è possibile portare l’azione. A livello provinciale e regionale ciascuno ha sperimentato quanto è importante stare insieme con le altre professioni tecniche per guadagnare maggior credibilità sui tavoli contrattazioni. Noi stiamo lavorando alquanto bene con la PAT a livello regionale e sappiamo che non bisogna abbassare la guardia nemmeno per un attimo. Il senso di questo incontro è quello di cominciare a fare squadra anche fra noi, ordini meridionali e dintorni, per le specifiche questioni che ci riguardano e che sono un po’ diverse da quelle del resto d’Italia. Abbiamo vissuto un periodo in cui i riferimenti nazionali parlavano “meridione” con Sirica, Zizzi e Mirizi e la politica del CNA sapeva ben rappresentare le questioni che più da vicino ci riguardavano. Abbiamo ottenuto qualcosa, per il vero non molto. Siamo perdenti dalla Merloni in poi (Karrer, le tariffe, Assicurazioni, Formazione, Decreto appalti etcc) ma avevamo l’abitudine di incontrarci e di discutere i nostri temi prima di affrontare le assemblee nazionali. Avevamo messo in piedi un coordinamento delle regioni meridionali che comunque è riuscito a definire una buona rappresentanza all’interno del CNA ed ha portato all’attenzione di tutti molti temi che noi vivevamo e che mai nessuno avrebbe tirato fuori. Quello che avverto io e che è stato condiviso da molti altri colleghi qui presenti e non, è la necessità di cominciare a ragionare su temi “nostri”. L’Italia è un paese meraviglioso ma presenta differenze oggettive alle varie latitudini e quello che funziona bene in Lombardia non è detto che vada bene in Molise, Basilicata o in Calabria. La differenza di peso rappresentativo che oggi vivono le nostre regioni all’interno del CNA suggerisce un ulteriore sforzo che dobbiamo fare per essere propositivi e suggerire al nostro organismo nazionale tutte le opportune riflessioni, analisi ed eventuali proposte per meglio sostenere la professione anche da noi. Non c’è alcuna polemica con il CNA, non intendo pensare ad alcun organismo alternativo o ombra di quello attuale, tanto meno un gruppo di ordini che si muovono contro il Consiglio. Io vorrei che i nostri ordini fossero più protagonisti e propositivi nei confronti di una politica professionale un po’ moscia. Siamo disponibili ad offrire collaborazioni senza scavalcare niente e nessuno. La condizione professionale da Roma in su è sicuramente diversa da quella che si vive da Roma in giù. Il rapporto con le pubbliche amministrazioni è molto forte qui nel sud perché il pubblico rappresentava, e ancora residualmente rappresenta, la committenza più rilevante su cui si basano gli studi professionali. Qui da noi non esiste un tessuto produttivo imprenditoriale capace di offrire occasioni lavorative durature. La committenza privata è notevolmente ridotta, e non esistono nemmeno sufficienti occasioni nell’ambito dei servizi da offrire alle imprese. Da qui viene fuori a cascata una condizione professionale con tanti risvolti, tutti connotati da specifiche situazioni, che conosciamo bene e che devono essere posti all’attenzione di chi contratta per noi nelle stanze romane.
E allora, insieme dobbiamo affrontare questi temi, dobbiamo costruire una condizione per essere più incisivi e determinanti per bilanciare quello che organismi quali la consulta lombarda o quella veneta oggi riescono a proporre e forse anche ad ottenere. Noi siamo anche gli ordini dei piccoli studi, che non devono soccombere alla logica di un’economia di grande scala. Noi siamo ……… quello che vogliamo e sentiamo di voler essere anche attraverso questo incontro che può aprire una finestra per nostre comuni iniziative.
Arch. Michele Graziadei