CONVENTION

CONOSCENZA – COMPETITIVITÀ – INNOVAZIONE

Alla conclusione del VI Congresso Nazionale degli Architetti tenutosi a Bari nel 2003, il Presidente nazionale Raffaele Sirica dichiarava: “da questi tre giorni di lavori si è sviluppato il concetto di democrazia urbana, che si realizza attraverso un’alleanza tra amministratori, professionisti, cittadini e utenti, per procedere insieme nella direzione di una progettazione condivisa e partecipata”. Lo strumento che meglio di altri può governare questo processo democratico è il concorso di idee e di progettazione: l’architettura deve nascere da un processo di condivisione. Nel 2005, a settembre noi tenemmo l’Archietctural Day che ha rappresentato una tappa importante quale occasione di confronto fra tutti i soggetti interessati ai temi e alle problematiche che ruotano attorno alla figura dell’architetto. Oggi è un momento per rileggere a distanza di tempo i dibattiti e le conclusioni a cui si è pervenuti e confrontarli con la recente evoluzione del quadro normativo, socio-economico e culturale del nostro paese che ha segnato passi significativi e determinanti per la nostra professione …….. peccato che li abbia segnati in senso contrario. Infatti:

 

 

1) la riforma delle professioni intellettuali che sembrava cosa fatta e che poteva rappresentare una svolta per la nostra professione, purtroppo è ancora ferma;

 

2) della legge urbanistica nazionale non se ne parla neanche più, e tutti noi sappiamo quanto importante e decisivo sia avere un quadro di riferimento certo che indichi principi di trasparenza, sussidiarietà, efficienza ed efficacia, correttezza, cooperazione e partecipazione in un settore che sembra essere diventato il “porto delle nebbie”, con il rischio di far naufragare anche gli sforzi che le regioni stanno compiendo con le varie LUR;

 

3) di contro viene approvata la normativa sulle cosiddette “liberalizzazioni” che ha apportato modifiche profonde e sostanziali all’ordinamento della nostra professione ed il Nuovo Codice degli Appalti (c.d. Codice De Lise) che amplia l’ambito dell’APPALTO INTEGRATO, estendendolo al progetto definitivo, relega in un angolo l’istituto del concorso di progettazione e avvicina ulteriormente la figura del progettista a quella dell’impresa, tanto che per la sua valutazione, per l’affidamento di un incarico, utilizza gli stessi strumenti che la legge riserva alle Imprese: ribasso d’asta, fatturato, organizzazione aziendale dello studio: numero dei dipendenti, certificato di qualità ISO 9001, ecc.. 

 

Con questi strumenti di valutazione non sappiamo proprio come faranno i nostri giovani colleghi ad inserirsi nel mercato della progettazione: è praticamente impossibile. Tutti questi provvedimenti legislativi scaturiscono da un dibattito sviluppatosi a livello Europeo sulla competitività del mercato unico interno, in cui si vuole che i cittadini abbiano il diritto di vivere e di lavorare in un qualsiasi Stato dell’Unione Europea, che il consumatore possa accedere ad una più ampia scelta di prodotti e di servizi di qualità a prezzi più bassi e che le merci possano circolare liberamente. Questo dibattito, che ha visto storture, semplificazioni e massimalismi, ha portato a vedere la nostra professione e le istituzioni che la governano, cioè gli Ordini provinciali, accomunati e considerati alla stessa stregua di tutte le altre professioni, anche se le condizioni di mercato e di concorrenza sono affatto diverse. Si sono registrate profonde incomprensioni e travisamenti, sia da parte del legislatore che da parte dei media; si è avvertito in particolar modo il peso crescente del pericoloso tentativo di confondere un’attività intellettuale come quella del progettista di opere architettoniche con l’attività d’impresa, pur necessaria nella realizzazione di quelle opere. Questi due livelli di attività, anche se devono essere perfettamente integrati, a nostro avviso, devono restare necessariamente separati. Riteniamo che il Nuovo Codice degli Appalti e la legge sulle “liberalizzazioni” rappresentino una ulteriore riprova che le riforme in Italia avvengono in modo strisciante e senza tenere in alcun conto sia i valori culturali che i processi di trasformazione in atto negli altri paesi ad alto tasso di sviluppo in cui l’Architettura è divenuta invece il simbolo stesso del progresso civile.

 

Siamo sempre più convinti che l’attivazione di procedure concorsuali possa contribuire positivamente ai processi di crescita economica ed alla valorizzazione delle più intelligenti e dinamiche risorse territoriali. E non ci stancheremo mai di ricordare che è necessario che i concorsi di idee e di progettazione diventino effettivamente una pratica di uso comune, avvicinando così l’Italia a quei Paesi europei ove tali procedure si utilizzano da tempo, anche ai fini della programmazione, con ottimi risultati sia per la qualità architettonica sia per la scoperta di nuovi talenti.

 

Con questa Convention, preparatoria al Congresso Nazionale di Palermo, vogliamo poter dare anche noi, il nostro contributo affrontando tematiche vecchie e nuove che caratterizzano la professione di architetto anche con riferimento ad un ambito territoriale che ci riguarda più da vicino. Oggi la professione di architetto è svolta in condizioni di mercato e di concorrenza ben diverse rispetto ad altri servizi di natura intellettuale: basta avere presenti il numero degli Architetti che in Italia sono 130˙000, di cui circa il 50% ha meno di 40 anni. Se a questi sommiamo i 90˙000 ingegneri civili risulta che in Italia vi è un progettista ogni 267 abitanti, confrontando questi numeri con altri paesi europei vediamo con grande sorpresa, solo per fare qualche esempio, che la Francia ha un progettista ogni 2˙098 abitanti, il Regno Unito uno ogni 1˙844, la Spagna uno ogni 1˙214; leggendo i dati di tutti i 18 Paesi, l’Italia detiene il primato del rapporto architetti/popolazione e conta il 32% del totale degli architetti europei. E se facciamo riferimento alla nostra regione con i suoi 1400 architetti tra PZ e MT ed i 2900 ingegneri ci ritroviamo con un progettista ogni 140 abitanti. E non dobbiamo naturalmente dimenticare il ruolo dei geometri che nel nostro territorio è molto forte e radicato e che, in tante prestazioni non specialistiche, sono spesso in concorrenza con i tecnici laureati. Tra Potenza e Matera sono altri 1800 tecnici progettisti che si offrono quindi sul mercato e che fanno scendere quel rapporto ad un progettista ogni 98 abitanti, ovvero uno ogni condominio.  Per quanto riguarda noi architetti c’è da dire poi che il numero in soli dieci anni è più che raddoppiato con un significativo incremento delle donne che insieme ai giovani sono le più sofferenti in tale situazione concorrenziale. Con questi dati di presenza dell’architetto in un contesto territoriale anomalo, dove la stessa professione è svolta, per le ambiguità e i paradossi della normativa, da diverse figure professionali, si può ben capire la drammaticità della situazione. E la drammaticità diventa ancor più evidente quando rileviamo che nel mercato della progettazione gli architetti operano per il solo 14,3% a fronte delle società d’Ingegneria che occupano il 42,1%.

 

Il settore delle costruzioni, con i suoi 19.296 milioni di euro, rappresenta in Italia un peso molto importante dal punto di vista economico contando al 2005 l’1,36% del PIL. Ho analizzato i dati del 2005 elaborati da INARCASSA riferiti ai propri iscritti ed emerge che il 69% degli architetti dichiarano un reddito di attività professionale inferiore a 25.000 euro, il 20% degli architetti dichiarano un reddito inferiore a 10.000 euro, mentre il reddito denunciato dalle donne è mediamente di poco superiore alla metà di quello denunciato dai colleghi maschi nell’arco degli anni di lavoro, cosa quest’ultima che rinvia a problematiche di arretratezze socio-culturali ed al tipo di organizzazione dei servizi nel sistema Paese che ostacolano l’affermarsi delle pari opportunità fra uomo e donna. E poi ci sono i giovani che non hanno aperto la partita IVA e che quindi non risultano iscritti alla Cassa. Aspettano una sia pur minima occasione di fare qualcosa ma spesso inutilmente. C’è tanta nuova emigrazione, molti sono andati via pur mantenendo l’iscrizione al nostro Ordine, sperando di ritornare, ma….. è dura ! A fronte di questi numeri stiamo assistendo ad una sorta di “rinascimento urbano” che vede molte città italiane riscoprire l’architettura con il suo grande potere rappresentativo e comunicativo necessari per riqualificare ambiti urbani e territoriali. Tuttavia i protagonisti di tutti gli interventi programmati, in via di realizzazione o già realizzati in queste città non sono, per la maggior parte dei casi, architetti italiani. Fenomeno questo tutto da analizzare approfonditamente e sul quale è urgente interrogarsi, soprattutto in considerazione del fatto che gli incarichi per tali interventi sono stati per la maggior parte affidati a seguito di procedure concorsuali. Ed è prorpio sui concorsi, che abbiamo fortemente sostenuto e messo in campo ogni volta che ne abbiamo avuto l’opportunità, oggi c’è la necessità di fare qualche riflessione per restituire loro la giusta autorevolezza e credibilità. Troppe delusioni sulle procedure e sulle commissioni hanno fatto perdere quell’entusiasmo che invece dobbiamo far ritornare. Sono convinto che non esiste una strada diversa; c’è però la necessità di fare bandi condivisi e garantisti e su questo gli Ordini, il nostro in particolare, hanno sempre offerto consulenza e disponibilità sin nella fase di definizione dei bandi, ma non sempre siamo stati interpellati. Per i giovani, il concorso è e rimane una grande opportunità che dobbiamo renderla  percorribile; essi ci devono credere ed i risultati devono tornare. Sicuramente andrebbero attivati specifici bandi riservati ai giovani professionisti a cui deve far seguito anche la realizzazione dell’opera perché l’architettura non è solo mera esercitazione accademica, essa si attua attraverso un progetto di qualità ma anche con una realizzazione di quella qualità, con una buona direzione dei lavori ed una altrettanto buona esecuzione.

 

I dati presentati parlano da soli circa le condizioni di mercato e di concorrenza in cui si affacciano i giovani architetti. Una situazione assolutamente singolare nel panorama europeo, per la quale è necessario riflettere sia su quello che rappresenta la fase della formazione universitaria in rapporto al mondo del lavoro, sia su quale preparazione offre l’attuale sistema universitario, ormai ridotto ad una mera fabbrica di laureati. Il diritto allo studio e la laurea che ormai non si nega più a nessuno non può prevalere sul diritto al lavoro. Ormai non si fanno più programmazioni ed in certi settori, ovvero per certi titoli di studio ci sono grandi difficoltà a sperare nella immissione nel mondo del lavoro. Una laurea in architettura o in ingegneria è tra le più impegnative in assoluto e se ad essa abbiniamo almeno una specializzazione o un “master” di perfezionamento post-laurea, come ormai è costume, riusciamo ben a comprendere quante risorse sono state investite su un giovane che resterà disoccupato o che, se tutto gli va bene, avrà un’occupazione non commisurata al suo livello di alta formazione. In una regione che ha un progettista ogni 98 abitanti, ove già esiste una facoltà di ingegneria con una laurea specifica in edile-architettura  non capiamo come si riesca a programmare nientemeno che una facoltà di architettura. Non vogliamo difendere nessun privilegio, tanto non ne abbiamo da difendere, il livello occupazionale è tale che peggio di così non si può, vogliamo però che le professioni possano essere ascoltate, più di quanto sia avvenuto fino ad oggi, vogliamo individuare insieme alle istituzioni le azioni più efficaci per rilanciare il settore progettuale e ridefinire con la qualità dell’architettura una forte ripresa occupazionale nel settore della progettazione ed una più razionale e giusta partecipazione agli incarichi.

 

C’è da dire che l’integrazione economica dell’Unione Europea e gli accordi commerciali internazionali chiedono anche agli architetti un ripensamento, per molti versi radicale, del modo di esercitare la professione. Viene richiesta una maggiore efficienza e organizzazione nell’offerta di servizi professionali, ma spesso proponendo modelli impropri quali quelli desunti da attività industriali e commerciali, negando invece quei modelli che abbiano le caratteristiche di intellettualità e creatività che sono proprie della nostra storia dell’architettura.

 

Auspichiamo, pertanto, che la politica possa rivedere alcune posizioni assunte in questi ultimi anni rispetto a tali argomenti e metta in campo soluzioni coerenti ed adeguate affinché la competitività professionale si sviluppi più sul piano della qualità che non della quantità.

 

LA QUALITÀ ARCHITETTONICA

Ed a questo punto dobbiamo fare qualche riflessione sul concetto di “qualità”; in realtà è pleonastico parlare di “progetto architettonico di qualità”: non c’è architettura senza qualità e là dove non c’è qualità non si può parlare di architettura, ma di semplice costruito. Il tema che a noi interessa è, invece, quello di garantire che all’interno del processo edilizio sia garantita la qualità, cioè l’architettura. Richiamando quanto già affermato durante il Congresso dell’UIA tenutosi nel 1999 a Pechino, quindi diversi anni fa, vogliamo riaffermare il concetto che ogni cittadino ha diritto ad un ambiente di qualità e l’architettura si pone a garanzia di questo obiettivo. Non può essere condivisa l’attuale assimilazione delle professioni intellettuali all’attività d’impresa poiché la prestazione dell’Architetto non soddisfa bisogni standardizzati ma offre di volta in volta risposte diverse a specifici problemi. Anche la Direttiva Europea del 2005 sul riconoscimento delle qualifiche professionali ha riconosciuto la specificità delle professioni intellettuali nei confronti delle prestazioni di servizi, individuando nelle prime, oltre che il valore di professione fondata sul sapere e sulla conoscenza specializzata, il valore di tutelare gli interessi del cittadino, definendo pertanto la professione intellettuale “di interesse generale”.

La qualità è metodo, dobbiamo imparare a conseguirla sempre e comunque e come metodo va anche codificata ma esiste un limite oltre il quale non è possibile andare come, per esempio, con la gara al massimo ribasso ove non si può codificare tutta l’esperienza intellettuale che conduce al progetto di architettura. Il valore espressivo ed emozionale di un progetto non può essere ricondotto a poche regole universalmente valide. Comunicazione, Immaginazione, Spazio e Cultura narrano un Patto di Moralità che guida l’Architetto dentro la realtà del territorio e dei suoi precetti. Riteniamo che il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nell’ottica di ridurre i costi della progettazione nel settore dell’architettura, dell’edilizia e delle infrastrutture, che ha determinato anche l’abolizione delle tariffe minime, ha sferrato un grave ed ulteriore colpo alla qualità progettuale, senza per altro contribuire a creare un reale vantaggio al consumatore.

 

UNA LEGGE PER LA PROGETTAZIONE

Una maggiore competitività deve andare di pari passi con la qualità e che per questo sono necessarie le riforme. Il quadro normativo che regolamenta il settore dell’edilizia in Italia è strutturato su due macro ambiti: il settore dei lavori pubblici e quello dei lavori privati. Crediamo che le trasformazioni del territorio, e quindi ogni atto che riguarda l’inserimento di nuove opere nei diversi ambienti, naturali o antropizzati, l’intervento sul patrimonio edilizio esistente, la tutela e la valorizzazione del paesaggio e dei beni culturali pubblici e privati, la realizzazione e la modernizzazione delle reti infrastrutturali, rivestano un interesse pubblico e costituiscano oggetto di diritto dei cittadini. Qualsiasi tipo di progetto di trasformazione che interessi il territorio è un prodotto complesso che coinvolge molteplici aspetti; esso è opera d’ingegno e come tale va tutelato. Il progetto è presupposto e garanzia di qualità per ogni iniziativa volta alla trasformazione del territorio. Parlando quindi di Progetto diviene altresì importante chiarire e comprendere il valore e l’importanza della sua unitarietà. Caratteristica che si esprime con continuità dal momento dell’ideazione e che non si conclude, come molti potrebbero pensare in termini riduttivi, con la conclusione della redazione degli elaborati progettuali; è la Direzione Lavori la fase conclusiva del Progetto, vero e proprio atto complementare al progetto e suo compimento organico. Appare evidente, quindi, che nel momento in cui comprendiamo sia la complessità del Progetto che l’esigenza di salvaguardare la sua unitarietà, anche la Direzione Lavori diviene un fattore di riflessione utile al nostro obiettivo e perciò appare del tutto evidente che non si possa e non si debba separarla dalle altre fasi affidandola di norma al progettista che, così facendo, diviene garante dell’unitarietà del progetto e della qualità del risultato. Purtroppo dobbiamo sottolineare che dagli inizi degli anni ’70 ad oggi in Italia l’Architettura non ha ricevuto la giusta attenzione. Recentemente l’on.Francesco Rutelli già vicepresidente de Consiglio e ministro dei Beni Culturali e Paesaggistici ha affermato che “Intendiamo promuovere nuova qualità della progettazione, della formazione, dell´organizzazione pubblica. Stiamo incentivando, pur con pochi mezzi, concorsi di architettura e riqualificazioni del paesaggio stressato. (…) Soprattutto, è tempo di aprire un dibattito costruttivo e propositivo perché l´Italia del XXI secolo – la società italiana, non solo gli intellettuali, i tecnici, i politici – condivida la sfida della tutela e della trasformazione di qualità del paesaggio italiano come la prima e più importante causa culturale per cui valga la pena di impegnarci, se vogliamo che il destino delle “belle contrade” non sia memoria passata, ma messaggio al mondo e banco di prova dell´Italia contemporanea.”: si spera che a queste parole seguano fatti concreti. Tutti noi abbiamo sempre indicato la Francia, paese in cui daI 1977 esiste una legge sull’architettura e in ben due occasioni a partire dal ’99, prima con il ministro Melandri e poi con il ministro Urbani, con due differenti Governi, si è ottenuto in Consiglio dei Ministri l’approvazione di una Legge per l’Architettura, che però in entrambi i casi non ha visto un seguito nei lavori parlamentari, continuando ad avere così un ordinamento di un Paese con una storia dell’architettura straordinaria e invidiata in tutto il mondo, in cui la parola “architettura” non esiste se non per la conservazione di quella antica. Le peculiarità dell’Architettura, del suo ruolo nell’ambito della società civile è stato recentemente riaffermato con forza (le citazioni sono tratte da un articolo pubblicato su Repubblica del 19 settembre 2007) dal neo Presidente francese, Nikolas Sarkozy, che ha fatto un discorso sull’architettura che deve far riflettere la nostra classe politica. Il Presidente afferma: “Voglio porre l’architettura al centro delle nostre scelte politiche. L’architettura ha un ruolo primario nel destino individuale e collettivo degli uomini: non solo lo traduce e lo interpreta, ma lo condiziona…”.

 

Le nostre speranze le abbiamo poste tutte in occasione dell’Architetìctural Day quando, d’intesa con l’ordine di Matera abbiamo stilato una proposta di Legge Regionale sulla qualità dell’architettura che, dopo i tanti impegni presi da tutti i regionali intervenuti ancora non ne abbiamo riscontro. L’abbiamo preparata con il cuore, consapevoli che la nostra regione sarebbe potuta essere la prima in Italia a dotarsi di una legge sull’architettura anche a compensare quella mancanza nazionale. Confidiamo molto in essa, ci auguriamo che in questi due anni che mancano alla scadenza della legislatura regionale il Consiglio riesca a trovare la giusta intesa per varare un provvedimento che francamente non può che favorire tutti ed aiutare a creare quelle premesse per un rinnovato riscatto culturale, quelle premesse per valorizzare il ruolo della progettazione architettonica negli interventi sia pubblici che privati di trasformazione del territorio. La proposta di legge individua alcuni principi importanti quali l’incentivazione della qualità del progetto e dell’opera architettonica, la subordinazione degli interventi di trasformazione del territorio ad una progettazione qualificata, il ricorso obbligatorio a concorsi di idee o di progettazione, ma soprattutto separa l’attività di progettazione architettonica di opere pubbliche da quella per la loro realizzazione.

In conclusione questa proposta di legge rappresenta una sorta di rivoluzione copernicana nel nostro sistema legislativo, lasciando intravedere un diverso atteggiamento della classe politica verso i temi dell’architettura, riconoscendone il valore, l’importanza e la sua funzione per la riqualificazione delle nostre città.

 

PRINCIPI PER UNA LEGGE REGIONALE SUI LAVORI PUBBLICI

L’attività del legislatore in questi ultimi anni non ha tenuto nel giusto conto l’evoluzione culturale del nostro Paese ed in qualche caso non è stata pienamente corrispondente alle Direttive Europee. Si è già accennato alla normativa che disciplina gli Appalti delle Opere Pubbliche, per la quale vediamo che il concorso di progettazione è rimasto una possibile opzione della Stazione Appaltante nella scelta di procedure di affidamento d’incarico, a differenza di quanto imposto dalla Direttiva Europea. Inoltre l’evoluzione legislativa della procedura di Appalto Integrato, strumento sicuramente utile nella realizzazione di grandi edifici produttivi o in cui la componente impiantistica è nettamente prevalente, ha fatto sì che a tutt’oggi per la realizzazione delle opere pubbliche le imprese possono realizzare un’opera fornendo anche il progetto fin dal livello definitivo. Si è voluto incentrare quindi sulla figura del costruttore buona parte dell’attività progettuale, lasciando così la creazione architettonica ai margini di quelle che possono essere le sue esigenze imprenditoriali. È facilmente immaginabile quali possono essere le conseguenze di questa prassi sulla qualità architettonica del risultato finale. Leggiamo in questi giorni dai giornali che, senza neppure attendere l’approvazione del Regolamento attuativo del Codice Appalti, si stanno mettendo in gara di Appalto Integrato sulla scorta dei progetti preliminari scaturiti da procedure concorsuali, importanti opere architettoniche come, solo per fare qualche esempio, il nuovo Palazzo del Cinema a Venezia, l’Auditorium di Isernia, l’aeroporto di Perugia, la Città delle Scienze a Roma il nuovo Auditorium di Firenze. Lo stesso funzionario responsabile delle gare, intervistato da un noto settimanale, ha dichiarato che “…in genere, negli appalti integrati, le imprese finiscono per proporre soluzioni costruttive per nulla qualificanti, limitate all’adozione di qualche mattonella o di un interruttore…”. Va inoltre sottolineato il fatto paradossale che in questi casi i progettisti vincitori dei concorsi devono essere del tutto esclusi dalla gara di appalto integrato non potendo affiancare alcuna impresa partecipante. E a fronte della sordità del legislatore, rispetto a quanto indicato dagli architetti per migliorare una legge in cui pochissimo spazio hanno le finalità di una progettazione di qualità, il nostro auspicio è quello di trovare maggiore sensibilità nell’Istituzione Regionale. La Regione dovrebbe al più presto dotarsi di una legge regionale in materia di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture che potrebbe segnare una netta separazione fra progettazione ed esecuzione col fine di vedere assicurata l’imparzialità del progettista e della sua attività rispetto alle esigenze dell’impresa esecutrice.

E alla Regione chiediamo, insieme agli ingegneri ed alle altre professioni tecniche di Potenza e Matera, un tavolo di confronto per definire, così come nel 1998, una direttiva regionale sugli affidamenti degli incarichi che ponga fine a questa Torre di Babele rappresentata da una infinità interpretativa dei bandi che riesce a far registrare differenze e discordanze anche tra i funzionari della stessa amministrazione. Il massimo ribasso non è consentito, ci sono mille sentenze e raccomandazioni, eppure assistiamo a bandi affidati con il 72% di ribasso senza che nessuno riconosca l’anomalia dell’offerta. Con l’assessore Loguercio ci incontreremo nei prossimi giorni insieme con ingegneri e geometri e son sicuro che troveremo la giusta risposta su questo importante problema sperando di poter portare al congresso degli architetti di Palermo una risoluzione ancora una volta tutta lucana.

 

Le libere professioni, specie nella nostra realtà regionale, hanno bisogno della committenza pubblica, non possono sopravvivere solo facendo affidamento a quella privata. Non si tratta di chiedere assistenza bensì di definire con la pubblica amministrazione un corretto rapporto che possa ancor più garantire il pubblico interesse, non solo nell’economicità dell’intervento ma anche e soprattutto nella qualità dei risultati. Troppe progettazioni e D.L. oggi si consumano all’interno della Pubblica Amministrazione affidate ai nostri colleghi tecnici interni che pur avendone a pieno le capacità spesso non hanno né attrezzature né tempo a sufficienza da dedicare all’incarico. Che ci possano essere eccezioni nessuno lo mette in dubbio ma nella maggior parte dei casi per quel poco di incentivazione che viene loro riconosciuta non si possono pretendere, ed infatti non si raccolgono, risultati entusiasmanti. Non vogliamo creare dualismi e scontri tra i professionisti che sono all’interno della pubblica amministrazione rispetto a chi svolge la libera professione. Oggi c’è bisogno di entrambi i ruoli, queste due figure non hanno motivo di conflittualità anzi necessitano di una forte collaborazione ed intesa per cogliere il comune risultato della qualità e del pubblico interesse. La programmazione ed il controllo che non può che essere esercitata dai tecnici interni non è meno importante, anche sotto il profilo professionale, della progettazione e direzione. Le strane forme di convenzione con le quali molti uffici tecnici “prendono a noleggio” giovani professionisti, chiedendo loro specifiche prestazioni professionali, aggirando così l’emanazione di bandi per affidamenti esterni e mantenendo al loro interno il controllo del processo, non ci convingono più.  Questo non è nemmeno il più becero spirito della Merloni che abbiamo tanto criticato, questo non è sancito da nessun regolamento, è solo una pessima consuetudine che soffoca le professionalità esterne senza garantire la qualità ed a volte nemmeno l’economicità del risultato.  Anche su questo chiediamo un tavolo di confronto, lo chiediamo alla Regione per definire insieme la più opportuna soluzione convinti che è possibile trovare maturità e responsabilità sia da parte della classe politica ed amministrativa che delle rappresentanze di categoria. La nostra Regione può veramente essere un laboratorio di idee e soluzioni su tante questioni che a livello nazionale non sempre si riescono a mettere a punto e che noi invece possiamo affrontare con snellezza e velocità, basta solo che lo vogliamo. Dobbiamo riprendere quel costruttivo dialogo che la consulta delle professioni tecniche aveva avviato qualche anno fa e son sicuro che insieme, senza polemiche e prese di posizione, possiamo conseguire il più giusto risultato non solo per le professioni tecniche ma per l’intera Regione.

Arch. Michele Graziadei

SANT’ARCANGELO