INDAGINE SUI LUOGHI URBANI IRRISOLTI
Saluto tutti e subito ringrazio il Magnifico Rettore Lelj Garolla, il Preside di Ingegneria Vito Copertino ed il direttore del DAPIT Agostino Cappelli nonché gli autori del testo “De Vulgari Architettura”, il Sindaco della città di Potenza, il mio sindaco e tutti gli altri illustri professori invitati a relazionare. Un particolare ringraziamento all’Arch. Enza Tolla per il cortese invito che mi ha rivolto a partecipare a questi lavori. A lei che ha curato questa iniziativa voglio esprimere a nome di tutti gli architetti dell’ Ordine il più vivo compiacimento per il contributo che attraverso questo incontro apporta al dibattito culturale sui temi a noi architetti particolarmente cari. Il rapporto tra Università e territorio deve essere sempre più consolidato per individuare le giuste sinergie a sostegno di un progetto unico di crescita e sviluppo. Nel settore specifico dell’architettura e dell’urbanistica il dibattito è elemento vitale ed il confronto che gli architetti ricercano è molto sentito. Come ordine ogni anno attiviamo almeno 5 incontri-conferenze ed in questi mesi concluderemo un ciclo estremamente interessante intitolato Architettura-Europa. Nell’arco di pochi anni a Potenza si sono avvicendati personaggi del calibro di Mario Botta, Luigi Snozzi, Heinz Tesar, Alfred Roth, Franco Purini, Henric Miralles, l’ultimo è stato Boris Podrecca due settimane fa. Il prossimo 20 dicembre, unitamente all’Amministrazione Comunale di Potenza, allestiremo una mostra relativa al progetto esecutivo dell’intervento in Via Tirreno al Serpentone di Henric Miralles. Sarà presente Marco Casamonti dello studio Archea che insieme allo sfortunato Miralles ha curato la progettazione. Siete già tutti invitati.
Ma torniamo al tema di oggi.
Le indagini condotte dagli autori di De Vulgari Architettura ci offrono la possibilità di mettere a fuoco, attraverso una chiara, talvolta fredda, narrativa, il mondo della periferia ove gli eventi urbani rappresentano il regno dell’indistinto e dell’indeterminato ove, a dirla alla Purini, “deve intervenire l’immaginazione, sola dimensione in grado di polarizzare il multiforme nell’unico, di scoprire l’estetico nell’inestetico, di raggruppare la dispersione in una inaspettata, inedita e necessaria centralità”.
L’analisi condotta con molto rigore ma nello stesso tempo anche con qualche nota di fantasticheria, se in un primo momento lascia intendere un atteggiamento generalmente disfattista, all’interno del quale con cinico ottimismo si cerca di recuperare il valore del non valore, il progetto del non progetto, la qualità del degrado, successivamente trova soluzione nell’architettura, come il filo d’Arianna e se meglio vi piace per dirla alla Maldonado come “la speranza progettuale” che ci fa tornare a credere nella cultura del progetto. Si, è d’obbligo dire tornare a credere, perché c’è da ridefinire meglio gli obbiettivi, perché è vero che tutti siamo stati un po’ traditi dai risultati ottenuti specie in questi ultimi 50 anni e le periferie sono quelle che meglio di tutte ne portano i segni evidenti.
Le diagnosi, sempre più frequenti e sempre più confortate da sintomi evidenti di condizione patologica generalizzata sia della città che delle periferie, appaiono ormai inconfutabili e legittime.
La crisi globale da cui è attanagliata la nostra cultura, e quindi la nostra civiltà, nelle città appare drammaticamente evidente. E non potrebbe essere altrimenti, se è vero che le città rappresentano fisicamente le vicende e le sollecitazioni storicamente prevalenti.
Va a tal proposito considerato che la natura del legame: esigenze prevalenti / forma della città, risulta ambigua e comunque difficilmente riconducibile ad una corrispondenza biunivoca e meccanica.
Il rapporto tra spazio urbano e le sue implicazioni considerate non soltanto a livello semantico, ma anche a livello comportamentistico, tende ad alterarsi nel tempo e tanto più inevitabile appare tale fenomeno quanto più si considera la diversa natura dei due termini. La forma della città e quindi lo spazio urbano, infatti, è più lenta rispetto alla rapida e naturale evoluzione storica dei rapporti di forza che ne determinano la sua gestione. La rapidità del cambiamento urta contro la rigidità delle strutture e ne rivela la loro incapacità a recepire i valori urbani.
La città tipo, a cui inconsciamente facciamo riferimento, cioè la città radiocentrica degli scambi, registra esiti di una espansione abnorme con le penosissime conseguenze di una fortissima congestione del centro e la proliferazione di una periferia che vede sempre più accrescere la sua densità ed il progressivo degrado delle sue aree edificate. Queste non sono più adatte alle funzioni, risultano duramente provate dalla crescente mobilità, dal naturale decomporsi del suo tessuto urbano in ghetti segregativi, dall’impoverimento dei rapporti umani che genera alienazione sociale nonché dal disperdersi di ogni forma di identità culturale. Il dibattito che si è tenuto dal secondo dopoguerra ad oggi ha registrato il malessere vissuto dalle nostre città; di volta in volta il problema è stato visto come un problema di alloggio, poi d’architettura, poi di economia, poi di sociologia etcc. Oggi avvertiamo tutti la necessità di affrontare globalmente il problema, non si tratta di registrare, studiare e catalogare, ma di intervenire per trasformare una situazione.
E’ un problema di volontà politica espressa da una società la cui proiezione sul terreno è appunto la città.
Ridefinire un habitat non è semplice, ancor più difficile se trattasi di un habitat urbano. La ridefinizione di un habitat cozza contro una cultura cittadina ambigua, che non vuole mutare i suoi modi di vivere, che non vuole migliorare perché non ci crede, perché non ammette la causa o forse perché non gli conviene ammetterla. Messa in crisi la necessità e la definizione di habitat sono messi in crisi anche i metodi di progettazione.
E’ vero che alcune iniziative risalenti agli anni ’70, anche se supportate da studi e ricerche, non sono state capaci di offrire soluzioni concrete anzi, sono andate ad accrescere il generale livello di degrado; ma è anche vero che le esperienze maturate da più parti ci consentono oggi di attivare nei confronti delle periferie un approccio certamente diverso.
Sollecitato dal disagio, lo sforzo teorico-empirico deve essere indirizzato a percorrere una differente direzione mentale; non si tratta di formalizzare e sviluppare i dati di un problema, ma di porre il problema come dato esso stesso. Non si tratta di formulare un progetto come esito di una ricerca, ma di adoperare il progetto come una ricerca. Non si tratta di isolare un aspetto singolo e centrale del dato, sia esso formale, funzionale o strutturale, e dargli conseguentemente un senso privilegiato rispetto all’intero contesto progettuale, ma di assumere il dato, nella sua globalità e complessità, simultaneamente come strumento concorrente e non univoco di progettazione.
Se l’urgenza della trasformazione della città si pone come la richiesta più pressante nella contemporanea cultura architettonica, ogni ipotesi di progetto o è indirizzata a sperimentare questa situazione globalmente o rappresenta una gratuita, inutile e forse dannosa esercitazione.
L’istanza tecnico-sociale finisce col coincidere sottilmente con l’istanza estetica. Che il discorso sulla città sia strettamente legato al discorso architettonico e che i suoi elementi di fondo –dimensione, tempo, forma – confluiscano naturalmente nella riflessione sull’habitat, è un dato che nasce non da una generalizzante ambizione, ma da una legittima esigenza di coerenza.
Bisogna recuperare per la comunità, per la società tutta dello “spazio interno”, uno spazio che continuamente si crea, si rinnova e che continuamente è vissuto, lo spazio delle strade, delle piazze, nei vicoli e nei parchi, negli stadi e nei giardini, dovunque l’opera dell’uomo ha limitato dei “vuoti”. (Zevi “Saper vedere l’Architettura”) “…………l’architettura non è solo arte, non è solo immagine di vita storica o di vita vissuta da noi e da altri, è anche e soprattutto l’ambiente, la scena dove la nostra vita si svolge”.
Urbanistica ed architettura anche se con diverse caratterizzazioni disciplinari finiscono col divenire un unico strumento di trasformabilità della città. I limiti e la funzione dell’Architettura oggi sono così dilatati che si confondono con quelli dell’urbanistica.
La cultura anglosassone ha formulato una definizione di Townscape, che risulta indicativa per il formarsi di una certa direzione di pensiero, in cui ci si sensibilizza ad un concretizzarsi del concetto di uso sociale degli spazi, troppo spesso, di fatto, ignorato nell’esperienza progettuale delle nostre città. Anche se non in grado di essere fondativa rispetto ad una metodologia di progettazione, la teorizzazione anglosassone costituisce un primo richiamo a quell’umanizzazione della città.
A proposito della edizione italiana di “The italian Townscape” del Woolfe, Bruno Zevi sottolinea: “….Architettura ed urbanistica sono forme espressive da progettare in funzione dell’uso sociale, prevedendo la trasformazione che tale uso implica nel tempo: un edificio, una piazza, una strada non dovrebbero mai essere fotografati vuoti. Ovvio? Eppure di questa realtà si accorgono ora, per la prima volta, gli studiosi del paesaggio urbano …..”. Non si tratta, evidentemente, di un richiamo ad una più scoperta attenzione nei confronti dei valori ambientali, bensì ai significati ed alle concretezze degli spazi vissuti. A rigore solo lo spazio è progettabile, non l’ambiente. Tuttavia vi sono spazi disponibili e spazi non disponibili, spazi che riducono la loro carica di rappresentazione della realtà ad un mero sforzo di registrazione dei rapporti sociali istituzionalizzati e spazi che tentano di assolvere ai bisogni di una comunità, immettendola in un circolo di possibilità aperte. Vi sono forme che soffocano e reprimono le possibilità individuali e creative di relazione ed altre che sono invece disposte a soddisfarle. Non è nella classificazione tipologica che può essere cercata la soluzione dei problemi umani, ma piuttosto nella disponibilità globale dell’opera a rendersi interprete dei tempi della vita quotidiana, del presente, dell’oggi come del domani.
Negli ultimi 50 anni la situazione edilizia nelle nostre città ha registrato gli esiti di processi di sviluppo contraddittori per quanto intensissimi. Mentre l’evoluzione dell’alloggio ha raggiunto, nei casi ottimali, un suo grado di accettabile stabilità, nessuna variazione degna di nota è intervenuta a promuovere un’analoga trasformazione del quartiere. Parallelamente il concentramento intenso e sempre più complesso delle funzioni direzionali nelle grandi città, non ha trovato la sua trascrizione in un ripensamento della logica strutturale della città. La città contemporanea denuncia attraverso la congestione, il caos, il disordine, la geografia di tipo segrezionistica, il suo mancato adeguamento ai nuovi compiti urbani, con i risultati umani che è facile immaginare. Al CIAM di Francoforte nel 1929 W. Gropius dava questa definizione dell’esistenza minima riferita agli standards per l’edilizia popolare: “ il problema è quello di stabilire il minimo indispensabile di spazio, aria, luce e calore necessari all’uomo per essere in grado di sviluppare completamente le sue funzioni, senza le restrizioni dovute al modo di abitare”.
Questa formulazione deve oggi essere estesa dall’alloggio singolo a tutto lo spazio urbano e territoriale, ed il compito dell’architettura resta allo stesso modo quello di eliminare alcune restrizioni allo sviluppo della vita individuale e collettiva. L’Architetto è l’interprete dei bisogni e le aspirazioni dei cittadini e si fa portatore di questi bisogni nella definizione generale di una nuova società di cui l’urbano è valore inalienabile e caratterizzante. Garantire al cittadino anche per quanto riguarda lo spazio urbano un “minimum vivendi” e non già quel “minimum non moriendi “che spesso oggi, egli stesso deve duramente conquistarsi.
Fino all’immediato ieri, nonostante le brillanti esercitazioni assolutorie nei confronti di una pretesa tendenza unificante, i metodi d’intervento, nelle diverse fasi di progettazione dello spazio urbano, erano sostanzialmente conducibili a tre categorie: Planning, Urban Design, Architettura. La variazione era assicurata di volta in volta dalla scala o dalla dimensione dell’intervento.
Se da un lato si è cercato di trovare un’unità di metodo nelle diverse fasi, la difficoltà di avviare una scienza analitica della città nasce dal mancato riconoscimento dell’esistenza dei bisogni inerenti alla vita urbana.
“Nel migliore dei casi l’architetto coglie i bisogni individuali e non i bisogni sociali arrestato di fatto dalla condizione stessa della sua riflessione. Egli non può creare i rapporti sociali, in certe condizioni favorevoli può aiutare certe tendenze. Solo la vita sociale (la prassi) nella sua capacità globale possiede tali poteri”. Lefebvre – il diritto alla città-
La critica mossa alla città “funzionalista” parte sostanzialmente da questa intuizione e parallelamente spinge non alla rinuncia, ma all’assunzione deliberata della responsabilità del taglio che si dà al settore in cui si opera, nella definizione delle scelte, alla ricerca della scala prioritaria di queste scelte, ai tempi ed ai modi con cui si interviene nel settore con la consapevolezza, comunque, che la società urbana non è ancora stata realizzata. L’appassionato panphlet di Levebvre appare rivoluzionario anche perché legato al senso di questa palingenesi totale: “dalle spoglie del vecchio umanesimo nasce il nuovo germe dell’urbano “.
Il senso della trasformazione è così profondo che richiede una analoga trasformazione degli strumenti intellettuali, un mutamento di logica, un rifiuto globale del passato.
Oggi si parla molto di progetto urbano per definire sotto molti aspetti un livello intermedio tra urbanistica ed architettura che non divide le due discipline ma che ne rafforza l’intesa e la complementarità.
Il discorso si fa sempre più affascinante e ci sarebbero ancora tante altre puntualizzazioni da fare ma comunque mi fermo qui.
Per concludere consentitemi di tornare alla speranza progettuale a cui fa riferimento Maldonado per condividere con lui che la speranza non può e non deve mai mancare non solo agli Architetti, con particolare riferimento al progetto, ovvero a quel processo logico costruttivo che consente di analizzare, sintetizzare, ipotizzare e definire la trasformazione, ma anche e soprattutto ai politici, ovvero a chi è chiamato ai vari livelli decisionali ad attuare la trasformazione. Le periferie dovranno essere recuperate, i luoghi urbani irrisolti dovranno diventare spazi urbani significativi ma è necessario che la trasformazione sia condivisa e accettata per potersi consolidare, per poter essere effettivamente vissuta così come è stata ipotizzata, per non creare emarginazione e caos. Per concludere alla De Rubertis auguriamoci di poter presto vedere riambientata nelle periferie la pianta dell’architettura comunis, non pretendiamo la nobilis, forse sarebbe troppo, anche se è legittimo che ognuno di noi abbia un suo sogno nel cassetto.
Arch. Michele Graziadei