IL DESTINO DEI NOSTRI CENTRI STORICI

Il contributo che intendo portare fa riferimento alla specifica realtà territoriale della nostra Basilicata, regione del Mezzogiorno d’Italia, area interna rispetto a tutte le principali direttrici di traffico e di sviluppo, ricca comunque di preesistenze che nel passato hanno significato non poco per la storia del nostro paese. Nel 1980 l’intero territorio è stato dilaniato da un violento terremoto che ha attivato numerose provvidenze e una specifica legislazione statale d’intervento. C’è stato un altro evento tellurico che ha interessato proprio questa zona, e da esso sono scaturite altre iniziative per la ricostruzione.

Con tutti i finanziamenti di cui abbiamo potuto disporre, è stato avviato ampiamente il risanamento, il restaurato e la ricostruzione dei nostri paesi. Anche se occorrono ancora altri fondi, non possiamo disconoscere l’entità delle risorse che sono state riversate sul patrimonio edilizio esistente e in particolare su quello ricadente nelle zone cosiddette “A”, ovvero di interesse storico. Partiamo da questa considerazione importante, perché ci fa capire che buona parte del lavoro che avremmo dovuto fare già da anni, ancor prima degli eventi sismici, è stato fatto, o comunque è a buon punto. Insomma, il terremoto ci ha dato una mano, se non ci fosse stato, sono convinto che tutti i nostri paesi, e in particolare i centri storici, verserebbero in uno stato di grande degrado, con un abbandono molto più evidente di quello che amaramente purtroppo registriamo ancora oggi.

Cerchiamo di capire in quest’ambito qual è e dov’è la definizione legislativa dei Centri Storici?

A chi spetta la loro tutela? E quali sono le Garanzie della loro Conservazione?

Purtroppo la nozione di centro storico come Bene Culturale, dal punto di vista legislativo è svanita ancora prima di essere stata mai definita! Solo la Commissione Franceschini nel 1967 (Commissione di Indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio Storico, Artistico e del Paesaggio), aveva tentato un maggiore approfondimento quando nel dare carattere unitario alla nozione di Beni Ambientali l’ampliava sino a comprendervi i Centri Storici e le strutture insediative non urbane aventi valori tipici.

Questa proposta, però, come sappiamo, non ebbe seguito. Rimane così ancora oggi unicamente la Norma del Decreto Interministeriale n. 1444 del 2 aprile 1968 che tra le varie zone territoriali omogenee, distingue le “parti del territorio interessate da agglomerati Urbani che rivestono carattere storico artistico o di particolare pregio ambientale o da porzioni di esse, comprese le aree circostanti, che possono considerarsi parte integrante per tali caratteristiche degli agglomerati stessi (Zona A)”.

E rimane la competenza largamente discrezionale dell’autorità amministrativa a individuare quali parti del tessuto urbano devono essere assoggettate e tutelate come “Centro Storico”.

Prima del novembre ’80 i nostri Centri storici erano completamente degradati, sia sotto il profilo edilizio e architettonico, sia sotto il profilo sociale e si registrava una sempre più intensa corsa al loro abbandono; siamo stati per anni ad assistere a questo dolente e mortificante verificarsi, incapaci di trovare soluzioni ottimali di riconversione socio-economica atta a rilanciare i nostri Centri in ruoli meno marginali. Fatta salva qualche situazione, non si sono visti interventi, sia pubblici, sia privati, intesi a recuperare il patrimonio edilizio. La corsa verso le nuove aree di espansione è stata di massa. Anche l’intervento dello Stato ha privilegiato per molti anni i nuovi insediamenti nei piani di zona, con la legge 167 che risale al 1962, e solo più tardi, ovvero dopo 16 anni, nel 1978, con la legge 457, si è pensato a recuperare il patrimonio edilizio esistente.

La stessa città capoluogo, Potenza, che ha un ruolo significativo e consolidato negli anni, non aveva mai trovato quella sufficiente energia capace di rilanciare il suo centro storico a livelli di accettabile interesse per tutte le classi sociali e, infatti, viveva una angosciosa e lenta agonia. E non poteva bastare la mano pubblica con interventi di recupero e restauro di singoli edifici rappresentativi, perché il centro storico, lo sappiamo bene, non è costituito solo da questi edifici, bensì è l’intero tessuto urbanistico e architettonico con le sue caratteristiche tipologiche e strutturali, definito dalla presenza di architetture spontanee, quelle cosiddette “minori”, che coronano gli edifici più importanti e che determinano fruizioni di intensa emotività. Sono proprio queste architetture minori che disegnano il tessuto urbanistico, nella densità dei vicoli e delle vinelle, negli slarghi delle piazze o dei sagrati su cui si affacciano a completamento gli edifici cosiddetti importanti.

Con i finanziamenti per la ricostruzione (legge 219/81) abbiamo, nonostante tutto, messo mano al patrimonio abitativo, riuscendo a risanare le abitazioni, a recuperare l’immagine quasi perduta, a causa del degrado, di moltissimi angoli di città e man mano che il risanamento è andato avanti ci siamo sempre più lasciati affascinare dal risultato dell’operazione. In qualche caso abbiamo addirittura esagerato, andando oltre, presi da questa smania del recupero e dell’antico, proponendo su taluni edifici sfarzose caratterizzazioni che nel passato a loro non sono mai appartenute.

La 219, ben interpretata e utilizzata in quasi tutti i comuni della nostra regione, se da un lato ha prodotto un grande appiattimento dei livelli qualitativi sia progettuali, sia realizzativi, dall’altro ha offerto la grande occasione di sfruttare le numerose risorse che sono state erogate e ci consente, oggi, di poter dibattere sul destino dei nostri Centri Storici partendo, non da una situazione di degrado, bensì, da un discreto livello di consistenza.

Il problema è certamente quello di evitare di ricadere nelle situazioni ante-terremoto e quindi dovremmo definire le strade da perseguire per assicurare ai nostri Centri vitalità e manutenzione.

Io sono del parere che è l’intero tessuto socio-economico del territorio e il suo sviluppo che gioca un ruolo rilevante nell’individuazione di uno speranzoso destino, e molto poco possiamo fare manovrando con altri strumenti se non offrire una breve ed illusoria immagine di risoluzione. Il centro storico è un pezzo della città e come tale è legato a essa ed insieme sono parte integrante di un territorio con il quale condividono ricchezza e povertà, sia dal punto di vista strettamente economico, che culturale. L’antico e il moderno di un territorio s’intrecciano quotidianamente in tutti i settori, sono legati troppo saldamente tra loro per pensare di scinderli in due momenti a se stanti.

“Per non far morire i nostri Centri storici dobbiamo far vivere il territorio”.

Si tratta, in sostanza, di definire una nuova politica dei Centri Storici; le stesse esperienze di pianificazione a scala comunale che hanno interessato i nostri Centri all’indomani del sisma, hanno evidenziato un’ottica estremamente settoriale. Il limite di fondo della posizione espressa fino ad oggi dalla cultura ufficiale consiste nel non aver considerato il contesto dello sviluppo economico e sociale e le sue inevitabili conseguenze sull’assetto territoriale.

E’ importante analizzare e capire cosa è successo nel passato per evitare di commettere gli stessi errori e sforzarci di individuare una nuova metodologia d’intervento per salvare i nostri Centri che oggi ci appaiono rimessi a nuovo, ma ancora senza un ruolo e un destino che possa garantire loro una felice sopravvivenza.

Lo sviluppo economico così come è stato determinato a tutt’oggi, è risultato scoordinato ed ha contribuito a creare ed a rendere irreversibili gli squilibri territoriali fra aree “forti” ed aree “marginali”. Ne è conseguito una modifica dell’assetto territoriale all’interno del quale i Centri Storici sono diventati “soggetti passivi” di tali trasformazioni. In particolare nelle aree marginali essi hanno subìto un processo di abbandono e di conseguente degrado fisico, economico e sociale, mentre nelle aree forti, o sono diventate sacche residenziali di prima immigrazione, veri e propri “slums” o oggetto di massicci interventi speculativi, con conseguente perdita delle caratteristiche originarie e allontanamento dei residenti verso le aree periferiche.

Lo stesso processo decisionale relativo al controllo delle localizzazioni industriali, dei servizi e delle reti delle principali infrastrutture, si è sempre articolato in modo da corrispondere a logiche settoriali e quindi differenziate, caso per caso, situazione per situazione e mai rispondenti ad una coerenza globale, lasciando così un largo margine di manovra per gli interessi dei singoli gruppi di potere, vanificando la possibilità di operare a favore della collettività nel suo insieme. Ne consegue che il processo decisionale necessario per conservare e rivitalizzare i nostri Centri Storici, così, non può formarsi.

Se da un punto di vista teorico o accademico il livello di maturazione culturale e politica ha ormai raggiunto una certa coscienza della dimensione non settoriale del problema, confermando la necessità di agire in modo coordinato su tutti i punti nodali del sistema, da un punto di vista pratico, cioè politico ed amministrativo, non altrettanto matura a recepire questa istanza appare oggi la complessa macchina decisionale, cui spetta la realizzazione di tale strategia. Essa, infatti, tende a riprodurre se stessa e la situazione di potere che l’ha generata, anziché evolvere in funzione delle necessità e delle istanze della collettività.

Occorre perciò constatare che il processo decisionale in atto non può non trovarsi in conflitto con la salvaguardia dei Centri Storici.

L’ambito decisionale cui fino ad oggi è stata demandata la salvaguardia e rivitalizzazione dei Centri storici (gli Enti locali attraverso il P.R.G. , i P.d.R., ora i R.U. le Soprintendenze ai monumenti attraverso la legge del 1939) risulta, non solo territorialmente troppo ristretto, ma anche svuotato di qualunque effettiva possibilità di condurre un’azione capace di superare i limiti di una “salvaguardia passiva”.

Le motivazioni per una “salvaguardia attiva” vanno cercate, invece, in un ambito territoriale più ampio, tenendo presente tutte le variabili socio-economiche che determinano i dinamismi interni. Insomma, il ruolo, le funzioni, il sistema di relazioni con il territorio esterno sono da considerarsi come parametri “essenziali”. Ne consegue che il livello di pianificazione atto a garantire valide proposte di soluzione per i problemi dei nostri Centri Storici non può essere diverso da quello della pianificazione territoriale.

Purtroppo, nella nostra regione, ancora non si riesce a parlare di pianificazione territoriale. Ci si sforza per mandare a regime una legge urbanistica che in 12 anni non è riuscita nemmeno a definire la carta dei suoli, base di partenza indispensabile per una lettura condivisa del territorio. Al massimo c’è qualche comune che sta tentando di dotarsi di un piano strutturale che comunque non va oltre il livello di definizione del vecchio PRG. Gli altri Comuni, che sono la maggioranza, stanno lottando per riavviare l’attività edilizia, rimasta bloccata per diversi anni, per il mancato adeguamento alla legge regionale, cioè per non aver redatto il famigerato RU. E comunque ne consegue che ognuno va per i fatti suoi, senza una regia unica, ognuno ha la speranza di poter rilanciare l’economia attraverso la ripresa dell’attività edilizia che tra autorità di bacino, piani paesistici, zonizzazione sismica, parchi e altre cose, che ogni giorno la burocrazia tira fuori, con l’intendo di snellire le procedure, finisce invece con lo scoraggiare ogni investimento. Se poi, per i centri storici aggiungiamo anche la sovrintendenza, i tempi di attuazione di un’idea programma si allungano ancora. Oggi le dinamiche del territorio, quel territorio cui sono legati a sistema tutti i Centri storici, richiedono tempi di attuazione molto ristretti. Queste dinamiche territoriali hanno una logica economica che coinvolge sia ambiti regionali che interregionali e quindi le risposte da offrire devono essere tempestive. Se c’è troppo tempo per pensare il sistema si ferma, e altri ambiti territoriali, in ovvia e giusta concorrenza, ci anticipano lasciandoci al palo.

La domanda che spesso ci facciamo è: cosa dovremmo farne dei Centri Storici?

In genere essi dovrebbero essere utilizzati per quelle funzioni per le quali sono nati, e cioè per le funzioni culturali, commerciali ma soprattutto residenziali.

La funzione commerciale è sempre stata rilevante e ampiamente incentivata anche se in maniera indiretta, quella culturale è conseguenza del simbolismo che il centro storico in sé rappresenta, mentre per la residenza si è sempre fatto poco o troppo poco. Ed è forse proprio la mancanza di una politica atta a favorire la funzione residenziale su cui dobbiamo riflettere, dobbiamo capire come tanto spesso, con questa carenza, abbiamo compromesso l’equilibrio, il vitalismo ed il destino dei nostri Centri storici.

La stessa politica economica che ha determinato un processo di sviluppo industriale fortemente e progressivamente sempre più concentrato, sia da un punto di vista aziendale sia da un punto di vista territoriale, ha sfruttato la rendita parassitaria dell’uso del suolo ed ha creato una artificiosa domanda di nuove abitazioni. Infatti, mentre una consistente parte del patrimonio abitativo veniva abbandonata nelle “aree marginali”, nelle “aree forti” veniva a crearsi una rilevante domanda di nuove abitazioni. In più il modello diffuso della politica dei consumi ha portato a preferire le abitazioni nuove a quelle vecchie e quindi anche nelle aree marginali il modello di comportamento prodottosi ha favorito la realizzazione di nuove costruzioni, nonostante ci fosse un consistente patrimonio abitativo non utilizzato.

Secondo me le linee entro le quali deve muoversi un’azione per i Centri storici dovrebbero essere di natura disciplinare e di natura politica.

– in campo disciplinare:

se la politica dei Centri storici passa attraverso una politica di riequilibrio del territorio, accompagnata da una politica di intervento pubblico nel settore della residenza, occorrerà mettere in evidenza i dati relativi non solo al Centro storico ma all’intero suo territorio comunale ed individuare la struttura territoriale cui appartiene ed il ruolo che il Centro storico ed il suo territorio comunale vi giocano reciprocamente. Nel caso dei nostri Centri storici, piuttosto che considerarli individualmente, li vedrei inseriti in un sistema di Centri storici ed andrei ad individuare le cause storiche, economiche e politiche che hanno portato alla realizzazione di tale struttura territoriale per poterne verificare la possibilità di utilizzazione in un nuovo sistema di relazioni, inevitabilmente modificato rispetto all’originale.

– In campo politico:

deve essere perseguito l’obiettivo di un riequilibrio territoriale a fondamento del quale sta la ricerca di una “razionalità sociale” che superi la “razionalità economica” che fino ad oggi ha guidato le scelte territoriali.

Quanto emerge in campo disciplinare, una volta documentato e verificato, va poi interpretato e reso attuativo attraverso gli strumenti di pianificazione che dovranno tener conto di tutti i punti nodali che costituiscono i maggior vincoli e parametri dello sviluppo, snellendo al massimo le procedure. La competitività oggi è anche procedurale, soprattutto procedurale; per i nostri centri storici abbiamo fatto molti studi e ricerche, abbiamo pensato e ripensato ma non siamo riusciti ancora ad attuare, fino in fondo, alcun programma. All’interno di tale obiettivo, quale conseguenza diretta, vi è la scelta di massimizzare l’utilizzazione di tutte le risorse, a partire dal capitale sociale fisso esistente, ed in tale contesto ci giocheremo il ruolo ed il destino dei nostri Centri storici.

Arch, Michele Graziadei