RECUPERO CONVENTO DELLE BENEDETTINE
La tutela dei beni culturali, la riqualificazione dei centri storici e delle emergenze monumentali rappresentano un obiettivo fondamentale della pianificazione territoriale, al fine di migliorare la qualità della vita degli abitanti, contribuire alla creazione di nuova occupazione diretta, nel settore considerato, ed indiretta, nel settore del turismo e delle attività al contorno.
Una tutela attiva che consenta, pertanto, una fruizione ampia del patrimonio culturale, che concorra al benessere dell’uomo, al riconoscimento degli elementi capaci di soddisfare i suoi bisogni immateriali, tra cui vanno sicuramente annoverati i beni culturali. Genericamente con il termine “tutela” comprendiamo conservazione, restauro e recupero anche se ognuno rappresenta una specifica tipologia d’intervento. Franco Purini in un suo saggio a proposito dell’intervento alle Scuderie Medicee di Poggio a Caiano puntualizza bene i significati delle terminologie. La differenza tra conservazione, restauro e recupero, richiede prima di tutto l’esistenza di tre modalità di concezione e di lettura della realtà, distinte e contrapposte.
“Conservare implica rimandare il testo al futuro, quasi consegnandolo a lettori sconosciuti. Tale operazione comporta anche la convinzione di averlo compreso talmente bene da doverlo tutelare, in quanto divenuto proprietà di chi l’ha decifrato, di chi l’ha trascritto in un codice soggettivo attribuendolo del tutto al suo interprete, tramite un processo di appartenenza.
Restaurare significa, invece, reintegrare nel testo una parte la cui mancanza pregiudica l’unità. In questo caso il rinvio è al passato, come se i dispositivi che legittimano contenuti e valori del manufatto oggetto dell’intervento si dislocassero in sempre più regressive antecedenze. Occorre così risalire alle sorgenti ipotetiche ed inattingibili della cosa antica in una procedura senza fine, e sostanzialmente priva di risultati che non siano puramente congetturali.
L’azione del Recuperare si risolve invece in una iscrizione dell’opera nel presente. Sospendendo o, in qualche caso, negando gli statuti della temporalità ipotetica del futuro e di quella tautologica del passato. Il testo è ancorato alla fenomenologia del quotidiano, dal quale trae fondamento ed attualità. “
Lo stesso Purini conclude il suo saggio ritenendo comunque indispensabile nella moderna tutela saper innescare per necessità i tre piani di lettura ed interpretazione del testo.
Comunque anche in ambito stretto di “restauro conservativo“, terminologia molto utilizzata specie negli ultimi 20 anni, la contrapposizione tra pura conservazione e sperimentazione del contemporaneo sull’antico è una contrapposizione artificiosa. Intervenendo su un manufatto storico si compie sempre un’azione intrinsecamente trasformativa, che altera sostanzialmente, anche se spesso non in modo visibile, il testo edilizio precedente. Si tratta di trovare un punto di convergenza tra una condizione sospesa tra passato e presente (che è proprio la condizione dell’edificio su cui interveniamo) si tratta di trovare quell’insieme di virtualità che tale immagine proietta al di fuori di sé in quanto potenzialità futura. Il puro passato non può tornare mentre il futuro, essendo una funzione di questo passato, sottopone le virtualità stesse ad una rigorosa torsione verso il presente attraverso una compenetrazione di blocchi temporali diversi, attraverso una riscrittura del manufatto in forme attuali, un emergere nel presente di una configurazione ipotetica già esistita e nello stesso tempo eventuale.
Indubbiamente il recupero è l’intervento che più di tutto affascina, così com’è, sufficientemente intriso anche di conservazione e restauro e rappresenta ciò che più di tutto necessita al nostro patrimonio edilizio. In Italia, negli ultimi sessanta anni, la crescita urbana è stata caratterizzata da fenomeni di concentrazione intorno ad aree forti e dal conseguente svuotamento dei centri minori, determinando squilibri economici e sociali, unitamente all’accelerazione del degrado del patrimonio edilizio esistente. Al decadimento fisico e funzionale dell’edilizia di epoca preindustriale ed alla riduzione del numero di abitanti nei centri storici, sono seguiti fenomeni di disordinata ed incontrollata urbanizzazione delle aree periferiche, con la creazione di un’edilizia abitativa di scarsa qualità e con la messa in crisi dell’equilibrio ecologico dell’ambiente. In tale contesto, il richiamo al “genius loci”, la valorizzazione delle caratteristiche dei luoghi e delle vocazioni produttive locali ed un corretto recupero del patrimonio edilizio esistente può assumere un ruolo centrale per la riqualificazione delle condizioni di vita delle città.
Un recupero, però, inteso come azione combinata di restauro e di riuso, di riconoscibilità del bene e di adeguamento funzionale, come percorso cognitivo della storia, delle componenti tipologiche e tecnologiche, delle forme e dei colori di un luogo, che garantisca una continuità linguistica con il paesaggio, elemento condizionante di ogni processo di recupero. L’intervento, pertanto, pur seguendo una sua filologia non può limitarsi a riproporre un’operazione che pur funzionalmente corretta, svuoti il bene del suo fascino. Il recupero non può avere solo un valore di adeguamento funzionale, di rinnovamento, perdendo il suo connotato di qualità e, quindi, il suo valore costitutivo. La lettura critica dell’elemento storico diventa presupposto essenziale per la definizione delle trasformazioni compatibili individuate nel progetto. Le capacità prestazionali del progetto, nello spiegare il processo di trasformazione, diventano essenziali al fine di garantire la qualità complessiva del paesaggio risultante, attraverso l’indagine sulla storia, sulle componenti tipologiche e tecnologiche, nonché su alcune problematiche connesse all’adeguamento funzionale. Sull’architettura del restauro e del recupero si è detto ampiamente negli ultimi anni, ma è opportuno evidenziare che obiettivo dell’intervento non risulta solo il garantire una continuità linguistica del progetto con il paesaggio, ma anche il migliorarne la qualità abitativa. Per abitare un antico edificio è indispensabile sistemare i servizi, il che comporta la scelta di uno o più ambienti da destinare a funzioni diverse da quelle originali e trovare spazi per il percorso delle canalizzazioni; non è infrequente la necessità di rinforzare o sostituire del tutto o in parte i solai, le murature, le scale.
L’intervento di recupero va comunque pensato come un’opera di manutenzione: l’intento fondamentale, vincolo progettuale aggiuntivo rispetto a quello di soddisfare le esigenze dei moderni occupanti, è che dopo l’intervento l’edificio deve dimostrare la sua originaria natura storica. Il che non risiede nelle incrostazioni della facciata o nelle fatiscenze del cortile, ma nei materiali di cui è costituito, quelli duraturi come la pietra, quelli deperibili, come le tinteggiature, che per quanto frequentemente rifatte presto denunciano il tempo e conferiscono alle facciate il sapore della vita.
I criteri di intervento devono essere improntati al rispetto della natura originale dell’edificio storico, essi discendono dal suo linguaggio costruttivo, ma nello stesso tempo sposano il concetto di durata.
La qualità dell’intervento di recupero dipende tanto dalle caratteristiche dell’edificio e della sua originaria destinazione d’uso, che dalle esigenze degli abitanti e dallo specifico contesto ambientali in cui si opera.
In un edificio letto come sistema, ogni subsistema, ogni unità tecnologica ed ogni elemento tecnico è correlato al suo contesto e alle sue specifiche qualità. L’osservazione sistematica di tutti questi caratteri ci consente di catalogare e interpretare le tipologie dei differenti sistemi costruttivi, al fine di gestirne in modo corretto la loro conservazione, con operazioni di manutenzione, di ristrutturazione, di recupero, a partire da una conoscenza approfondita della loro consistenza materica e del loro comportamento in esercizio.
Conservare e recuperare l’antico significa conoscerlo, riconoscerne non solo il valore culturale, ma anche il valore economico, conseguente alla possibilità di utilizzarlo.
La conoscenza richiede l’analisi della storia, la lettura delle trasformazioni, l’individuazione delle componenti morfologiche e tipologiche del luogo e/o di un manufatto, lo stato conservativo strutturale e dei materiali che lo compongono. Solo attraverso una conoscenza puntuale ed un progetto diagnostico scientificamente corretto è possibile ipotizzare ed individuare gli interventi conservativi e di recupero del patrimonio architettonico e della città storica. La conoscenza favorisce la manutenzione costante degli edifici, del tessuto urbano e del paesaggio, il controllo ed il monitoraggio degli interventi di conservazione, con un vantaggio non solo in termini economici ma anche in termini di rispetto dei valori di storia, d’arte e di antichità espressi dal manufatto. La conoscenza favorisce, inoltre, la scelta delle funzioni più appropriate da attribuire ai manufatti antichi. Tale scelta non può essere ispirata soltanto dalle tendenze all’incremento della economicità del bene culturale, con il grave rischio della perdita irreversibile dei suoi caratteri peculiari.
Purtroppo, al crescere dell’interesse per il recupero del patrimonio architettonico ed edilizio esistente non sempre è corrisposto né una legislazione tecnica specifica, né la formazione di tecnici e maestranze sufficientemente qualificate per affrontare correttamente la complessa problematica del recupero
Gli architetti, posti di fronte ad un edificio storico, devono reimparare ad osservare e leggere il senso della realtà costruttiva su cui intervengono. Il loro progetto è comunque un colloquio con la storia, esso ha il compito di trasmettere alle future generazioni non la tecnica di oggi, ma il manufatto del passato. Gli artigiani del recupero edilizio devono riappropriarsi di una manualità che due generazioni fa si tramandava da capomastro a garzone, ed oggi dovrebbe avvenire nei cantieri – scuola.
In un periodo in cui l’attenzione si rivolge di nuovo alla città storica come patrimonio da riprendere ed usare, ricostituire una cultura del cantiere edile aperto all’intervento minuto, alla riparazione, alla sostituzione parziale, al mantenimento di un cantiere esistente, potrebbe dare qualcosa anche al progetto del nuovo. Il durevole contro l’effimero, la conservazione contro il consumo, il personale contro lo standard.
Quanto detto rende indispensabile la formazione specialistica e qualificata, dalla progettazione all’esecuzione degli interventi, l’acquisizione di tutte le abilità, tipiche di una antica tradizione del costruire, definita arte del costruire, che miri al recupero e alla manutenzione dell’intero patrimonio edilizio, costituito non solo dalle grandi opere architettoniche, dai palazzi nobiliari, dai castelli e dalle cattedrali, ma anche e, soprattutto, da un’architettura spontanea, fortemente legata al paesaggio e all’identità di un territorio, al suo modo di vivere e di costruire le abitazioni, per le forme ed i materiali utilizzati, per le componenti morfologiche e tipologiche che caratterizzano un insieme urbano ed architettonico, il centro antico di una città.
Un serio programma d’intervento richiede la formazione di professionalità a cui trasferire competenze specifiche ed innovative sulle metodologie del recupero, sugli strumenti operativi, sulle tecniche e tecnologie compatibili, applicate al recupero urbano, che siano in grado di relazionarsi ed interagire con la realtà imprenditoriale, fornendo strumenti e tecnologie, richieste dal mercato.
Del resto, non si può pensare di incrementare la domanda di turismo culturale senza garantire un’offerta di qualità, nei servizi, nella recettività, nella fruizione dei beni culturali, ben conservati e capaci di accrescere il valore complessivo di un’area e di migliorarne la sua immagine.
Conservazione, recupero e riqualificazione del patrimonio architettonico e valorizzazione turistica implicano il ricorso alla ricerca sulle “geo-risorse” e sulle tecniche costruttive tradizionali, finalizzata a valorizzare il legame delle antiche costruzioni con il luogo, a sottolineare il condizionamento tra forma dell’architettura e condizioni climatiche, tra impiego di materiali e loro reperibilità in loco.
Il legame con il luogo rappresenta il ritorno ad un’architettura ecologica, organica, un’architettura pensata in funzione dell’uomo e del suo benessere, realizzata con materiali naturali, rispettosi della salute dell’uomo, che tiene conto, inoltre, dell’orientamento, del clima, del rapporto con il contesto.
In Basilicata, dopo il terremoto del 1980, si sono effettuati ottimi interventi di recupero anche se, purtroppo non sono mancate situazioni con scelte progettuali discutibili che hanno determinato un certo svilimento dei valori e dell’identità degli antichi centri abitati. E questo è accaduto sia dal punto di vista tecnico, le cui conseguenze emergono dall’analisi dei quadri fessurativi e lesionativi, che dal punto di vista più prettamente estetico e dell’immagine denunciato dallo stato di degrado che presentano alcuni edifici antichi recuperati, degrado dovuto alla cattiva esecuzione degli interventi, che non hanno tenuto conto delle antiche tecniche costruttive, poco conosciute e per niente studiate, che non hanno tenuto conto dell’azione del gelo e della condensa, della mancanza di isolamento ed impermeabilizzazione.
Lo stesso si è verificato per l’uso improprio dei materiali nel recupero delle città antiche, di cui non sono state considerate le caratteristiche di reperibilità, lavorabilità, resistenza, tessitura e coloritura e l’antico legame esistente con il contesto ambientale.
Esiste, pertanto, ancora nella nostra regione la possibilità di applicare le tecniche e le metodologie, innovative ed ecocompatibili, si avverte il bisogno non più rinviabile di rendere consapevoli le Istituzioni, gli enti pubblici e privati, i tecnici ed i cittadini della necessità di modificare l’approccio al recupero degli edifici antichi.
Grazie per questa magnifica giornata dedicata all’architettura in generale ed al recupero in particolare; occorre sempre più dibattere su tali temi per sensibilizzare i cittadini, per stimolare i tecnici, per incoraggiare gli amministratori.
Concludo esprimendo, ovviamente, grande apprezzamento per questo intervento progettuale che si configura come una matura consapevolezza del saper fare architettura tra il passato, il presente ed il futuro. Un buon progetto non è solo opera di un buon progettista; ci vuole anche una grande committenza e questo va a tutto merito di questa Amministrazione. Conclusa la fase della progettazione occorrerà attrezzarsi per la realizzazione che presenterà numerose insidie e che vi auguro possa concludersi al più presto per vedere l’opera tornare non solo a splendere ma anche e soprattutto a vivere o meglio ad essere vissuta ed utilizzata dai cittadini.
Arch. Michele Graziadei
MARSICO NUOVO