NUOVE CHIESE PER IL TERZO MILLENNIO

Ogni volta che si inaugura una mostra di architettura è sempre un rilevante evento culturale, quando poi trattasi di una mostra di progetti che riguardano uno specifico urbano ove tutti possono individuare una riconoscibilità dei luoghi e quindi partecipare anche emotivamente alla trasformazione del sito che il progetto propone, sale l’interesse, se vogliamo anche la curiosità, ma comunque si apre un dibattito a cui partecipano non solo gli addetti ai lavori ma anche i diretti fruitori, i cittadini ai quali certamente l’intervento è indirizzato. Con l’inaugurazione di questa specifica mostra di architettura e con la benedizione della prima pietra della chiesa di Gesù maestro oggi poniamo l’attenzione su un trinomio importante nella storia dell’umanità -“Uomo, Architettura, Sacralità

E’ un trinomio che è esistito da sempre, che ha caratterizzato la storia di ogni popolo, di ogni civiltà. All’interno di esso sono contenuti tutti i valori culturali, tutti i bisogni. le espressioni, le certezze, le forme, le speranze.

Nella storia della civiltà non esistono momenti in cui si è verificato un non riscontro di tale abbinamento, ciò a sottolineare quanto esso sia parte essenziale dell’esistenza dell’uomo.

Gli spazi sacri, le architetture sacre, hanno accompagnato la crescita dell’umanità rappresentando sempre, per ogni periodo, i più alti valori culturali, di riconoscimento storico, artistico e tecnologico.

Lo spazio sacro è sempre stato anche un momento di ritrovo di riconoscimento di una collettività con grande significato sociale di identificazione e comunione.

Si è tramandato tutto così fino ai giorni nostri, per quello che ancora riusciamo a godere e che rappresenta un immenso patrimonio di grandissimo valore.

Parlare di architettura sacra facendo riferimento alle chiese è normale anche se non proprio scontato; non possiamo certamente sottrarci a questa associazione, anche per le innumerevoli presenze che abbiamo in ogni luogo. Non c’è paese che non abbia il suo campanile perché la costruzione della chiesa è l’elemento identificativo di una comunità.

Fino all’ ‘800 si sono costruite tante chiese, poi ci siamo un pò fermati.

La storia dell’architettura si incentra sull’architettura sacra; Certo, sono state tutte realizzate molto bene, con buone tecnologie, quasi tutte di ottima caratterizzazione architettonica, sono state quasi sempre ben tenute, abitate e curate con interventi manutentivi costosi e quindi non sono mai venute meno.

Qualche volta ne sono state realizzate anche troppe!

Si sono individuate anche altre forme di aggregazione e di bisogno collettivo che la cultura contemporanea ci ha sollecitato. La società civile ha evidenziato la necessità anche di altre architetture per accogliere nuove funzioni che sempre più entravano a far parte dei bisogni riconosciuti dell’uomo moderno.

In un certo senso , impegnati a costruire o ricostruire le nostre città, anche in funzione dei nuovi standards e delle crescenti esigenze dettate da una società sempre più indirizzata verso una visione logistica, abbiamo perso la mano (per così dire) a costruire architetture sacre.

Lo stesso movimento moderno, a parte qualche sporadica eccezione che conferma la regola, è sembrato piuttosto laico e gli architetti hanno trovato un bel po’ da fare nel costruire scuole, ospedali, stazioni, per non dimenticare quanto sia stato determinante l’indirizzo prettamente abitativo che ha caratterizzato tutta la produzione architettonica.

L’Architettura Moderna, in un certo senso, appare atea, che non ha bisogno di Dio e da architetto, oltre che credente, sono convinto che questa è stata una grande limitazione, sia sotto il profilo etico e sociale, che architettonico ed urbanistico.

Negli ultimi decenni molte chiese, specie quelle che hanno caratterizzato una certa produzione degli anni 70, pur rispondendo alle esigenze delle funzioni, hanno fatto decadere completamente ogni caratterizzazione formale e simbolica che l’architettura sacra ha sempre rappresentato.

Il bello è splendore del Vero (S. Agostino) e quindi dobbiamo tornare a chiedere all’architettura di interpretare quel bello che è sempre appartenuto alla casa di Dio a simboleggiare il Vero che il Cristo rappresenta.

L’Architettura è di per se, ricerca, invenzione, proposizione ma anche funzione e simbolismo. L’architettura moderna, a differenza di quanto è avvenuto nel passato, ha scavalcato più volte le esigenze liturgiche. I progettisti, presi dalla smania della ricerca formale hanno preteso di interpretare a loro maniera valori e significati cristiani e quindi non sempre hanno saputo individuare una giusto rapporto con la committenza la quale ha dovuto ripiegare su figure professionali più deboli, capaci di una progettualità meno carica ma idonea a garantire il rispetto delle funzioni e dei significati richiesti.

C’è bisogno di ripristinare una più serena integrazione tra la professionalità degli architetti e la committenza. Un rapporto più intenso tra una committenza colta, sensibile all’ascolto dei progettisti e questi capaci di interpretare il mistero in linguaggio sensibile nel rispetto delle funzioni secondo la nuova liturgia.

In quest’ultima logica va letta la progettazione sia architettonica sia degli spazi liturgici, senza distinguere l’una dall’altra, perché la liturgia deve essere forma dell’architettura pur con qualche inevitabile ed umile sacrificio da parte dell’architetto.

E questo non solo relativamente all’edificio che rappresenta la Casa del Signore ma anche al rapporto che tale edificio ha nel contesto urbano in cui si colloca.

Se le chiese storiche erano intimamente connesse agli edifici circostanti e per questo, ma non solo, vere e grandi architetture simboliche (con qualche riserva per le chiese del periodo neoclassico), così non è per le realizzazioni degli ultimi decenni che appaiono slegate dal contesto, fuori scala, incapaci di elevare la qualità urbana dei nuovi quartieri. Queste sono rimaste delle opere troppo spesso autoriferite ed autorappresentative.

Anche in campo urbanistico si percepiscono le conseguenze di tanti decenni di scelte rimandate: la titubanza a decidere chiaramente con lungimiranza, le occasioni storiche mancate nella riqualificazione della città, sembrano ricadute anche sulle scelte riguardanti le nuove chiese. C’è bisogno di recuperare anche in questo campo.

Nel messaggio che Papa Paolo VI, a chiusura del Concilio Vaticano II (8 dicembre 1965) rivolgeva agli artisti così si esprimeva ……” A voi tutti artisti che siete innamorati della bellezza e che per essa lavorate ……, pittori, scultori, architetti …. A voi tutti la Chiesa del Concilio dice: se siete gli amici della vera arte, voi siete nostri amici. Voi avete edificato e decorato templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua liturgia. Voi avete aiutato la Chiesa a tradurre il suo messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, a rendere sensibile il mondo invisibile”.

In tale espressione si ravvisa il contenuto di fondo che si sottende all’elaborazione architettonica ed artistica in ambito liturgico: non espressione di se stessi ma traduzione nel linguaggio della forma e delle figure del mondo invisibile.

E’ innegabile che la riforma liturgica avviata dal Concilio Vaticano II è stata una vera rivoluzione nel modo di concepire la liturgia imperniata sul principio della partecipazione attiva capace di rendere percettibile e quasi tangibile l’esperienza di Dio, ridefinendo anche uno spazio per il culto e le forme ad esso commesso che dopo diversi anni ed un ampio dibattito trovano chiara definizione nella Note emanate dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) del 1993 e del 1996.

Ma la ricerca è ancora aperta e deve continuare. Le nuove chiese del terzo millennio rafforzeranno i valori ed i significati del rapporto tra architettura e liturgia ed il progettista, nell’ambito delle sue competenze, deve sempre più saper costruire le forme e lo spazio del mondo invisibile in cui la liturgia proietta il credente e l’uomo in genere.

Nel contesto di totale apertura all’architettura ed all’arte contemporanea anche le indicazioni della nota pastorale del 1993 (La progettazione di nuove chiese) possono trovare una reinterpretazione. E lo sforzo interpretativo richiede un dialogo sempre più forte tra le diverse parti coinvolte nell’avventura del “progetto” di una chiesa.

Giuseppe Maria Jonghi Lavorini è il primo a riaprire il dibattito sulle pagine di “Chiesa Oggi

“. La Chiesa, nella sua articolata organizzazione gerarchica (Vescovo, Ufficio diocesano dei Beni Culturali, Ufficio tecnico, Parroco, Liturgista ecc.) ha un ruolo sempre più importante e forte nell’interloquire col progettista, il quale a sua volta non è soltanto la singola figura del professionista, ma include anche gli artisti che devono essere chiamati a rifinire col loro intervento creativo il luogo di culto, i tecnici necessariamente chiamati a renderlo sempre più funzionale (illuminotecnici, tecnici acustici, impiantisti ecc.): ma in mezzo a queste figure, è meglio dire insieme a queste figure, c’è quella della Comunità, la Chiesa nel suo senso proprio. I parrocchiani, i vari movimenti che nella parrocchia si ritrovano, i ragazzi dell’oratorio, i diversi gruppi che a vario titolo hanno nella parrocchia il loro centro di ritrovo come luogo di socializzazione; i gruppi di religiosi che a vario titolo intendono costruire un nuovo edificio di culto: la chiesa è aperta a tutti loro e a tutti loro appartiene in senso profondo. Ecco quindi che il dialogo non può prescindere da alcuna di queste parti: Committente, Progettista e Comunità.

Arch. Michele Graziadei

POTENZA, ISTITUTO PRINCIPE DI PIEMONTE