Rilancio del Centro Storico di Potenza

Il tema del centro storico rappresenta certamente quanto di più complesso esista nella disciplina urbanistica perché si è in presenza della parte urbana ove si sono stratificate testimonianze plurisecolari e talvolta plurimillenarie che hanno dato luogo ad equilibri delicati le cui regole affondano le radici in questioni strutturali dell’organizzazione e della memoria collettiva.

Nella mia veste di architetto e di delegato all’urbanistica debbo fermamente sostenere che il tema richiama considerazioni di natura disciplinare molto diverse tra loro perché la complessità in esso insita richiede un’attività di programmazione, progettazione e gestione quanto mai integrate e coordinate. Il centro storico non si può liquidare con il piano del centro storico, infatti la difficoltà implementativa dei piani particolareggiati di attuazione ne sono piena testimonianza.  I temi che oggi possono essere utilmente ripresi e sottolineati sono quelli di un complesso di strumenti di intervento certamente molto più articolato.

 Il problema della conservazione e successivamente il problema della rivitalizzazione e/o rilancio dei centri storici è un’acquisizione abbastanza recente della cultura e deriva manifestatamente dal riconoscimento dei valori intrinseci che si riscontrano negli abitati urbani di un passato i cui confini sono sempre meno determinabili quanto più ci si accosta al nostro tempo. Questi valori consistono nella documentazione dei modi di vivere delle compagini sociali organizzate entro gli spazi urbanizzati e dell’arte con la quale tali spazi, con gli edifici dai quali sono tessuti, furono organizzati. Poiché nell’andare indietro nei secoli e nell’esplorare i territori ci imbattiamo in modi assai diversificati di organizzazione sociale e, quindi, degli insediamenti urbani, uno dei primi problemi da affrontare è l’identificazione della tipologie in relazione alle attività di programmazione e pianificazione territoriale.

Dal punto di vista dell’intervento progettuale sembra possibile affermare che le discipline del restauro e del recupero offrano ormai sufficienti garanzie anche dal punto di vista storiografico ed abbiamo avuto modo di verificarlo proprio sul nostro centro storico che è uscito in gran forma dal machillage di una ricostruzione post-terremoto. Lo abbiamo ricostruito per rivitalizzarlo, ora che è ricostruito pensiamo ancora a come possiamo rivitalizzarlo.

La rivitalizzazione sottintende necessariamente il fatto che un centro storico avendo perduto totalmente o parzialmente la sua vitalità, vale a dire la capacità di rispondere ad esigenze vitali diverse da quelle che motivarono e giustificano la sua struttura originaria, ha bisogno di interventi che lo rendano compatibile con le esigenze della vita moderna, senza tuttavia intaccarne la struttura d’insieme e produrre ingiurie sui valori ( ambientali caratterizzanti e architettonici emergenti) che devono rimanere a testimonianze di quella che fu la sua ragion d’essere (conservazione). Il problema è squisitamente progettuale nella duplice accezione di “progetto della città” e di “progetto interno all’insediamento storico”, una volta scontate le necessarie istruttorie filologiche, attraverso le quali si pongono ragionevoli limiti al processo di trasformazione che la “rivitalizzazione” deve comportare. Con ciò è impostato il problema: cosa trasformare, in funzione di cosa, entro quali limiti ? ed è anche, conseguentemente impostata l’equazione inevitabile: rivitalizzazione – trasformazione.

E’ evidente che i fatti specifici che determinano la rivitalizzazione di un centro storico si identificano nelle tecniche dell’accessibilità, della comunicazione, della distribuzione dei servizi in funzione del resto del territorio e più in particolare rispetto ai quartieri più periferici ove, in virtù dell’espansione della città, si è andata a concentrare la residenza.

            In sostanza possiamo certamente affermare che non è possibile affrontare le questioni che riguardano il centro storico se non le colleghiamo con almeno tre questioni principali:

    1. le relazioni che legano o non legano il centro storico circoscritto e consolidato con lo sviluppo successivo dell’insediamento e dell’intero territorio;

    1. il grado di “intaccabilità” dei tessuti distributivi interni agli involucri edilizi consolidati e/o degli stessi involucri edilizi;

    1. il grado di riconvertibilità funzionale degli spazi urbani e degli edifici. 

( L. Benevolo ’84 ) “La scelta di distruggere o conservare i centri storici rimanda ad un’alternativa più generale: la conferma delle città inabitabili in cui viviamo o il tentativo di contrapporvi un nuovo ambiente di vita più giusto e più umano” In questa affermazione c’è il vero nodo in cui è racchiusa la vicenda ormai ultracinquantenaria dei centri storici e rappresenta in generale le grandi strategie che i sistemi politici determinano per controllare l’intero sviluppo urbano.

Il centro storico riesce a sopravvivere solo se, dopo gli adeguati interventi manutentivi o di ristrutturazione, non lo mettiamo sotto una campana di vetro, non lo facciamo ammuffire togliendogli quella giusta dose di “urbanità” che determina partecipazione, frequentazione e riconoscimento dei luoghi da parte dei cittadini. Il centro storico è una parte di un tutto chiamato città, e va trattato come tale, non studiato individualmente. E’ importante quindi costruire il rapporto tra centro storico e quartieri, all’interno di una nuova cultura urbana che non li riconosce come due aree distinte e separate.

La carta di Gubbio 1960 recita: la ricognizione e classificazione dei C.S. sono la premessa allo stesso sviluppo della città moderna e debbono far parte della strumentazione urbanistica come un momento essenziale nella programmazione della loro attuazione.

La seconda carta di Gubbio del 1990 estende il concetto di storicità, come momento di considerazione primaria del sistema insediativo, all’intero territorio cui propone il “progetto della città esistente” come fattore di integrare Centro Storico e periferia, città e territorio.

L’argomento centrale è dunque “la riqualificazione dell’ambiente costruito e non” che, ancora oggi, è prevalentemente condizionato dalle logiche di mercato. Cioè da quelle logiche che hanno fatto degenerare i progetti di trasformazione della città post-liberale nelle condizioni urbane disarticolate della città neocapitalista. In buona sostanza la carta di Gubbio del ’90 sottolinea il nesso tra riqualificazione urbana, integrazione Centro Storico-sistema insediativo complessivo e, dunque, la pianificazione e la progettazione urbanistica come strumenti di equilibrio. Interessante diventano quindi anche i sottotemi specifici interni al rapporto Centro Storico-resto della città che anche da noi sono di grande rilevanza e che riguardano molti aspetti di natura istituzionale, economica, finanziaria, sociale, operativa nonché culturale. Fra tutti c’è la necessità di  garantirsi la permanenza delle identità storico-culturali quale elemento necessario per la qualità complessiva dell’insediamento del territorio.

L’obiettivo per una città moderna, giusta, bella e funzionale risiede nel ristabilire un procedimento di trasformazione urbana capace di individuare i nuovi equilibri tra centro storico e quartieri contestualmente allo sviluppo della periferia, alla ricerca di un rapporto dinamico, ma concreto e bilanciato, che tenga sempre conto delle continue mutazioni che si determinano sul territorio.

Il nostro C.S. non è più visibile da valle, da qualsiasi direzione si indirizzi lo sguardo, però sappiamo che è lì e vogliamo viverlo con grande partecipazione.  Lo abbiamo reso bello ma non basta. Dobbiamo definire il suo ruolo, quello più funzionale oltre a quello storico e culturale a cui si abbina sempre anche quello commerciale. Il tema si fa lungo, non credo esistano soluzioni scontate e siamo in gran ritardo per  non averlo fatto già da prima. Qualcuno avrà anche la sua ricetta; è ora che si apra un sano dibattito con la partecipazione di tutti perché è troppo importante non sottovalutare questo aspetto. Il C.S. vuole un ruolo e noi dobbiamo darglielo perché altrimenti non serviranno a nulla i sistemi di accessibilità che abbiamo messo in campo (scale mobili, parcheggi, ponti attrezzati etcc) nonché tutte le altre iniziative avanzate all’interno del Prusst. Le linee guida individuate all’interno di questo grande programma hanno l’obiettivo di portare a compimento la politica di riqualificazione urbana perseguita tramite il ricorso ai programmi complessi (programmi di riqualificazione, programmi integrati, contratto di quartiere) realizzando interventi connettivi fra le diverse aree, imprimendo valenza urbana e territoriale a tali interventi di riconnessione ed introducendo, anche attraverso il riuso di contenitori dismessi nella città e nel territorio, nodi di eccellenza per l’insediamento di servizi avanzati. Vogliamo costruire le condizioni affinchè la città capoluogo ed il suo territorio possa essere propulsore dello sviluppo qualificato dell’intero contesto provinciale e regionale. La realizzazione di un efficiente sistema di accessibilità ed interconnessione tra città, territorio e strutture di servizio richiederà al nostro centro storico una più ampia adattabilità ai nuovi processi. Il centro storico di Potenza non è solo il centro storico dei potentini, questo lo sappiamo ed è in questa direzione che dobbiamo lavorare per definirne il rilancio.

Il confronto è aperto, sono certo che non mancheranno i giusti contributi per offrire un vigoroso supporto all’amministrazione che comunque saprà assumersi le sue responsabilità per il rilancio del C.S. e dell’intero territorio.

Arch. Michele Graziadei

POTENZA, TEATRO FRANCESCO STABILE